Il peso vero dello stato

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In queste giorni, come spesso accade, gli organi d’informazione hanno dato rilievo al valore della pressione fiscale in Italia confrontandola con quella degli altri stati occidentali e quantificandola, più o meno, nell’ordine del 40% Volendo capire come il prelievo fiscale sia, invece, cosa ben più complessa e variabile a seconda delle diverse fasce di reddito abbiamo preso in considerazione, a titolo di esempio, alcune ipotesi di reddito di lavoro non dipendente (partendo da un reddito ‘popolare’ di €15.000 fino a uno evidentemente provocatorio e meno frequente di €10.000.000) con fine di confrontarne la relativa imposizione fiscale. Ai fini della nostra trattazione, quindi, si è preso in considerazione un contribuente residente a Milano il cui reddito professionale/imprenditoriale è stato ipotizzato, per semplicità, uguale a quello imponibile. Sempre per motivi di semplificazione non si è considerato l’impatto dell’Irap. Partendo da tali assunti si sono definiti quattro standard su cui sono state sviluppate le rispettive tabelle di riferimento tenendo conto, come detto, dei redditi scelti al fine di dare un’idea generale sull’impatto che le aliquote d’imposizione fiscale e contributiva hanno sulle diverse classi di reddito (il software utilizzato per il calcolo delle imposte è quello messo a disposizione dall’agenzia delle entrate per la compilazione del modello Unico PF 2014 redditi 2013; le aliquote e i massimali INPS sono quelli in vigore nel 2015). In particolare si sono sviluppate le seguenti analisi (per vedere le tabelle cliccare alla voce corrispondente): 

  1. Libero professionista iscritto alla gestione separata INPS
  2. Imprenditore individuale iscritto alla gestione commercianti INPS
  3. Libero professionista con due figli a carico al 50% iscritto alla gestione separata INPS
  4. Imprenditore individuale con due figli a carico al 50% iscritto alla gestione commercianti INPS

Dai dati sopra riportati si può innanzi tutto notare come la tassazione aumenti all’aumentare dell’imponibile fino a €100.000 per poi calare superata tale soglia. I risultati mostrano, quindi, un meccanismo per cui, oltre una certa soglia, paga di più chi guadagna di meno (con buona pace della progressività della tassazione). Motore di questo dispositivo mal funzionante sono le aliquote INPS che non sono progressive ma fisse e si applicano fino ad un massimale di €100.324. I dati più significativi possono essere riscontrati nella prima tabella (quella relativa a un libero professionista iscritto alla gestione separata INPS). In particolare:

  • confrontando il reddito minimo (di €15.000) con quello massimo (di €10.000.000) si può notare come la pressione statale non si discosti che di poco più di un punto percentuale (rispettivamente del 46,09% e 47,32%)
  • un reddito di €100.000 subisce prelievi per oltre il 66% dell’imponibile, dato non esattamente prossimo al 40% assunto all’inizio della nostra ricerca
  • un professionista con un imponibile fiscale annuale di €15.000 avrà un reddito mensile netto di soli €673,92 (occorre ricordare, inoltre, che i titolari di partita IVA, inoltre, non beneficiano degli €80 mensili del c.d. bonus Renzi, e non se ne comprende il motivo. Si è segnata, in tal modo, una disparità di trattamento di categorie di persone. Perché, viene da chiedersi, un libero professionista/ commerciante/ imprenditore individuale/ artigiano che ha un reddito imponibile fino a €26.000 non può beneficiare degli €80 mentre un lavoratore dipendente sì? Che differenza c’è tra il reddito di un lavoratore dipendente e quello di un titolare di partita IVA, precario per eccellenza?).

E’ interessante soffermarsi, poi, su un altro automatismo che impatta in maniera significativa sui flussi finanziari di un lavoratore autonomo ossia la struttura degli acconti. Sempre sulla base della prima tabella e analizzando i dati relativi al reddito imponibile di €100.000 (quello che subisce la maggior pressione fiscale) si è analizzata la posizione di un lavoratore al primo anno di attività e senza alcuna ritenuta subita. Ci si chiede: cosa succederà durante l’anno successivo a quello di inizio attività? Il professionista durante l’anno successivo a quello di inizio attività dovrà versare, come verificabile nella tabella, l’importo di €66.326,00 a titolo di saldo per imposte e contributi dovuti (nel mese di Giugno). In aggiunta al saldo di cui sopra il lavoratore autonomo in questione dovrà versare anche gli acconti per l’anno successivo (a giugno e a novembre) suddivisi come segue:

  • Irpef € 14.468 (giugno);
  • Addizionale comunale € 240 (giugno);
  • INPS €11.088 (giugno);
  • Irpef €21.702 (novembre);
  • INPS €11.088 (novembre).

Il totale degli acconti ammonta quindi a €58.586, che sommati al saldo di €66.326 portano a un esborso totale di €124.912. In pratica il professionista si troverà a versare allo Stato più di quanto guadagnato. Occorre anche considerare che dal reddito dell’anno successivo al primo anno di attività verranno sottratti tutti i contributi INPS (saldi e acconti) versati, i quali ammontano a €49.896 (27.720 + 22.176) e che a regime, se mantenesse sempre lo stesso livello di reddito, avrebbe degli anni in cui risulterebbe a credito di imposta e altri a debito. In linea teorica se una persona mantenesse un reddito professionale di €100.000 non si ripeterebbe più il paradosso di pagare più imposte e contributi di quanto guadagnato ma la situazione appena esposta si riverificherà ogni qualvolta il professionista riesca ad aumentare il proprio reddito imponibile. Lo stesso vale, ovviamente anche per imprenditori individuali/commercianti/artigiani. Assunto tutto quanto sopra si è provveduto a calcolare la tassazione in capo a un collaboratore con gli stessi redditi imponibili sopra menzionati. Anche i collaboratori sono assoggettati alla contribuzione INPS denominata gestione separata ma ne versano solo un terzo in quanto gli altri due terzi sono a carico del datore di lavoro/committente e, fatto da non sottovalutare, la parte a loro carico può essere dedotta nell’anno in corso, abbassando in questo modo il reddito imponibile. (Nella tabella sottostante sono stati riportati i dati relativi a questi soggetti) Come si può notare in questo caso, il collaboratore viene tassato in modo progressivo in quanto le percentuali di imposizione aumentano all’aumentare del reddito perché, come detto sopra, essendo i contributi a carico del collaboratore (1/3 di 27,72%) versati dal datore di lavoro durante l’anno e considerati deducibili nel medesimo periodo di imposta, il loro reddito imponibile risulta più basso. Grazie a questo meccanismo un collaboratore che ha un reddito lordo di €15.000 avrebbe un netto mensile di circa €970 a cui aggiungere gli €80 Euro del bonus Renzi. Il reddito mensile netto del collaboratore ammonterebbe quindi a circa €1.050, circa € 400 in più rispetto a un professionista con lo stesso reddito imponibile. Anche in questo caso non si comprende il motivo di questa disparità di trattamento anche in considerazione del fatto che spesso (per non dire quasi sempre) il professionista e il collaboratore svolgono la medesima attività. Viene da chiedersi, quindi, se non si possa, al fine di aiutare i titolari di partita iva e riequilibrare le evidenti e poco costituzionali disparità, pensare di prevedere anche per loro la deduzione dei contributi versati per competenza e non per cassa. D’altro canto contribuenti con i redditi ben più alti deducono per competenza il contributo di solidarietà.

Lombard street studioLombard per lamiafinanza.ch / Voluntary Disclosure, opportunità o minaccia?
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