Eravamo un gruppo felice: eravamo io, Fidel, Cumpaio Segundo, Sotomayor, Lino Padruba e la sua Jazz Band, Tarek Aziz, Arthur Ashe, Pavel Tonkov, I king Krimson, Edy Orioli, Frida Medici, Roger Milla e Mario Lavezzi *

 

Ogni novità spaventa, incuriosisce, apre spazi alle idee e alla creatività, mina le nostre certezze, divide, illumina. La riforma del terzo settore (che poi, più che di una riforma bisognerebbe parlare di rivoluzione) non viene meno a tutto questo. I suoi lettori si sono già schierati a sezioni contrapposte nel conteggio del dare e dell’avere come Alleanza e Impero in Guerre Stellari.

Pensare i luoghi aiuta ad abitarli ha scritto Stefano Zamagni, tempo fa. E proprio questo serve perché questo nuovo luogo ci diventi intimo. Serve tempo per metabolizzare, serve tempo per capire. Serve parlarne senza perdersi in critiche o vittimismi ma con una visione neutrale capace di percepire le opportunità da sfruttare e, per contro, dove si possono annidare i problemi al fine di trovare possibili soluzioni.

Per questo eravamo (e saremo ancora prossimamente) io, Marco D’Isanto, Ciccio Mannino, Giuseppe Taffari e Elena Pascolini (oltre altri la prossima volta) a discutere, qualche giorno fa, del bello e del brutto, delle cose certe e di quelle no. Un gruppo felice di trovare negli altri un contrappunto alle proprie idee, una dialettica costruttiva e una volontà comune.

La strada tracciata ha una serie di linee continue, di spartitraffico, di sensi unici. Si muove sullo stesso filone del disegno di legge sulle imprese culturali e creative dove si fa meno importante la distinzione tra profit e no profit. In questo caso non è tanto il distinguere tra gli aspetti commerciali o meno delle attività svolte dagli ETS quanto, soprattutto, tra chi svolge e si strutturerà come impresa e chi, invece, avrà a fondamento della propria organizzazione il dono e, soprattutto, il dono del tempo da parte di chi la promuove. Ma anche, poi, tra chi è volontario (‘bella persona’ lontana da ogni idea di guadagno) e chi con gli ETS in qualche modo ci mangia anche se spesso, occorre dirlo, non molto.

Servirà ancor più che in passato pensare molto bene a cosa si vuol fare con un ETS (ma questo dovrebbe valere per ogni cosa e, se non per sempre, quasi), come lo si vuole fare, con quali speranze di sostenibilità e, importantissimo, per chi. Servirà un lavoro di acculturamento capillare e assisteremo, forse, a fenomeni di concentrazione, di fusione, di accorpamento.

Detto questo i testi dei decreti entrati in vigore ad agosto qualche quesito al momento irrisolto lo lasciano così come molti sono i possibili sviluppi che vengono in mente.

Pensiamo, ad esempio, all’incompatibilità tra volontari e dipendenti che potrebbe costringere molti a rinunciare alla propria missione perché incapaci di sostenere un carico contributivo superiore all’attuale senza poter contare su un’integrazione di lavoro benevolo.

Pensiamo alle incognite irrisolte della trasformazione da associazione a s.r.l. impresa sociale di cui, a oggi non è chiara la connotazione civilistica (con risvolti sul destino del patrimonio) e men che meno il trattamento fiscale. Pensiamo anche all’abrogazione immediata della + dai – versi senza un paracadute che ne compensi gli effetti, la non definita entrata in funzione di parti del sistema, agli aspetti fiscali della riforma potrebbero addirittura vedere la luce nel 2020 così come al destino segnato ma in prorogatio della 398. Alla trasparenza a cui chi resterà fuori del Registro, sport e politica in primo luogo, non sarà obbligato e al doppio binario che la riforma in questo senso impone.

Ma pensiamo anche, e mi fermo qui, al futuro ricorso alla valutazione d’impatto sociale e al bilancio sociale come strumento di fundraising e per il quale dovranno essere definiti gli standard e che potranno contribuire a risolvere il problema dalla valutazione dell’immateriale e, di conseguenza, aprirebbero nuovi ponti nel rapporto tra ETS e istituti di credito. Al rapporto con il mercato e alle porte che potrebbero aprirsi che andranno illustrate, proposte, insegnate ai prossimi imprenditori sociali (e non solo a loro, anzi).

Le opportunità di una strada accidentata, la necessità di dotarsi di un fuoristrada. Di questo e di altro proveremo a riflettere ancora come seduti su un razzo che potrebbe esplodere o portarci lontano. Dipenderà anche da noi.

*

Questo nostro articolo lo trovate anche come qui come contributo introduttivo alla discussione che avremo ad ArtLab a Mantova il prossimo 29 settembre con:

Irene Sanesi, Presidente, Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana
Roberto Calari, Presidente Nazionale CulTurMedia, LegaCoop
Chiara Chiappa, Titolare, Studio Metis
Stefano Gobbi, Portavoce, Forum del Terzo Settore
Irene Manzi, Parlamentare, VII Commissione Cultura, Scienze e Istruzione, Camera dei Deputati
Francesco Mannino, Direttore, Officine Culturali, Catania
Marco Ratti, Responsabile investimenti, Banca Prossima

La fotografia, Swiss rebels, è di Karlheinz Weinberger. Il titolo di Fiorello

Sostenibilità e governance del patrimonio Qualcosa in cui sperare, forse: social lending e titoli di solidarietà
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