ArtLab, un patrimonio

Sulla strada tra Los Angeles e Las Vegas, dalle parti di un posto chiamato Barstow, c’è un inquietante cartello giallo: Absolutely Nothing – Next 22 Miles. Non lascia scampo alle aspettative, una specie di versione moderna del perdete ogni speranza voi che entrate. Un’idea di vuoto precisa e senza appello. Spesso questo è quello che dovrebbero appendere all’ingresso delle sale congressi: bisognerebbe avvisare delle chiacchere vuote, dell’autoreferenzialità, dei gattopardismi letterari. Del vagamente ostile senso di vuoto che troveremo in quel pezzo di strada che saremo costretti a condividere varcando la porta.

Tutto questo, frequente, percettibile e superfluo, è l’immagine esattamente contraria di ciò che è stato ArtLab a Mantova nei giorni scorsi: non un parlarsi addosso, vuoto e fine a sé stesso, ma un lavoro progettuale con un fine ben preciso. Non una serie di racconti ma di incroci, una trama per cucire il vestito migliore per il prossimo anno europeo del patrimonio e perché questo sia un trampolino e non una strada nel deserto dopo di che absolutely nothing. Perché, come cantava quel tale ‘difficile non è nuotare contro la corrente ma salire nel cielo e non trovarci niente’.

Due giorni di incontri di esperienze, tavoli di produzione di idee, pensiero condiviso, aperitivi, cene e dopocena, poco dormire e molto pensare: e adesso, dopo tutta questa bellissima fatica, è il momento di raccogliere l’eredità che abbiamo ascoltato e scritto e di farne corpo. Perché abbiamo parlato di patrimonio culturale e il patrimonio, materiale e immateriale, è corpo. Non un monolite immobile, non un’idea fissa e stabile ma un organismo in costante costruzione in cui qualcosa si perde e molto si aggiunge. Il patrimonio respira e con il suo respiro porta ossigeno alla società, porta benessere, è welfare, salute e non è solo un modo di dire: la cultura previene l’invecchiamento, cura la vita e le spese che la riguardano dovrebbero avere pari dignità fiscale di quelle mediche.

Un corpo in costante movimento come un mare in cui le nostre barche hanno necessità di chi le sappia condurre. Il miglioramento del management culturale è un passaggio imprescindibile, il governo della flessibilità, la capacità di adattarsi sono possibili solo se operatori, consulenti, stakeholders pubblici e privati sapranno accrescere le proprie competenze. Si può essere pittori astratti solo se si è, prima di tutto, pittori. Vale per gli amministratori, vale per i professionisti e per i finanziatori. Per tutti gli Achab a caccia della propria balena bianca che senza perizia, cultura e coscienza non arriveranno mai neanche a immaginarla.

Il patrimonio non va solo tutelato né basta pensare di valorizzare l’esistente ma ne va favorita la gemmazione, la crescita, la produzione, ne va finanziata la distribuzione e, soprattutto, la domanda. Va creato un sentimento diffuso di appartenenza, di rispetto del bene comune. Tutto questo va immaginato, gestito, reso realizzabile e per quanto possibile dotato di basi che ne garantiscano un futuro. Per questo il rapporto pubblico/privato non potrà che essere sempre più stretto: ruolo del primo è favorire le condizioni per sostenibilità, per dotare di strumenti la governance. Un ruolo creativo che coinvolge enti e istituzioni di ogni genere e tipo che, ognuno per le proprie attitudini, non potranno non essere attori: lo Stato con il suo potere di indirizzo e di semplificazione, gli enti locali che sono parte diretta della mediazione culturale e che possono svolgere un ruolo di facilitatori cercando di evitare sovrapposizioni tra gli stessi o, peggio, contrapposizioni. Finanche l’Agenzia delle Entrate che ha in sé il potere di interpretare le norme e il dovere di renderle chiare, comprensibili e favorevoli allo sviluppo (sponsorizzazioni e società benefit, ad esempio, possono essere veicoli formidabili di sviluppo e di finanziamento per l’intero comparto culturale ma senza prese di posizione precise e per certi versi rivoluzionarie sarà difficile che possano esprimere il proprio potenziale). Tutto questo dovrà essere declinato alla luce di un rapporto non più dettato dal sospetto molto spesso rilevabile nei rapporti tra soggetti eterogenei. Il privato può molto ma ha bisogno di regole chiare anche quando le regole volutamente vengono derogate perché è la paura a frenare ogni attività. Il privato non è il nemico del pubblico ma un elemento compatibile di completezza di cui bisogna avere cura.

E se mi si chiede di dare tre parole, prendere o lasciare, per fissare sul tavolo del programma per il futuro di questo processo virtuoso io dico:

  • Trasparenza. Nei rapporti, nelle relazioni, nella gestione, nei finanziamenti, nelle norme. Non è possibile la fiducia senza. E se richiediamo fiducia dei nostri stakeholders, perché ci è necessaria ricordiamolo, non possiamo pensare di ottenerla comportandoci come giocatori di poker.
  • Valutabilità. Occorrerà, e in fretta, lavorarci. Perché dalla valutazione nascono le scelte più che le statistiche. Perché sarà sempre più importante conoscere l’impatto di quelle scelte. Perché l’impatto sarà uno dei criteri di altre scelte. E via così.
  • Competenza. Servono amministratori pubblici capaci e illuminati, servono consulenti pronti e formati, operatori che sappiano navigare, che abbiano chiari obbiettivi, limiti, direzione, mercato, serve un legislatore attento e democratico che sappia ascoltare e tradurre le esigenze.

Ecco. AltLab è stato questo. Un incrocio di competenze trasparenti. Un po’ meglio di nothing, valutate voi.

 

 

Presso il CNDCEC Siamo stati. Saremo. Lab, comunque
Your Comment

Leave a Reply Now

Your email address will not be published. Required fields are marked *