Cultura come cura. Anche nella dichiarazione dei redditi.

Tempo fa mi hanno chiesto di scrivere una sorta di ‘introduzione’ alle attività di una associazione in cui le attività teatrali consentono di attivare capacità di gestione dei problemi, grazie alla sperimentazione di un processo di organizzazione delle parole e dei gesti che sottostanno all’azione del teatro, favorendo un aumento di consapevolezza dei propri limiti e delle proprie potenzialità. Un luogo in cui l’arte è terapia per persone con problemi psichiatrici: …(l’arte) è comunicazione, terapia personale, crescita collettiva. L’arte è viaggio per andare al di là del naso, verso la parte oscura della luna, per girarci intorno e poi tornare indietro e poi sapere cosa c’è. È quello che è anche senza saperlo, è la propria vita sotto mentite spoglie. È il futuro mentre lo racconti prima. È guardare lontano per capirsi dentro. L’arte è cura, prevenzione dal passo lungo, chirurgia omeopatica. È scientifica condivisione, moltiplicazione miracolosa.

Di questo parla l’ultimo numero della rivista Economia della cultura. Del rapporto strettissimo tra cultura e salute, della capacitò di curare, prevenire, sostenere il benessere psicofisico della popolazione con il semplice sostegno di attività culturali. Quanto freddo avrò dopo tutto questo sole? si chiese Albrecht Dürer nel 1507 tornando in Germania dopo un viaggio in Italia. Qui sono un signore, in patria un parassita. Ci si abitua alla bellezza e la bellezza è contagiosa. È da lì che scende giù tutto il resto. Chi capisce la bellezza deve usala come un’arma di costruzione di massa. Raccontarla agli altri e viverla insieme. Tutti quanti e in ogni momento. Perché non basta parlare, occorre  fare, cambiare, agire. Perché la bellezza non nasce dal caso ma dall’estro e dalla regola come le macchine di Leonardo, dall’accordo tra le discipline quando sono ordinate da una visione come gli strumenti di un’orchestra all’orecchio di un direttore, dal mischiarsi delle idee e delle conoscenze di chi è curioso. E non serve neanche fare molto, talvolta, per ottenere molto.

Di questo si è parlato a Genova qualche giorno fa a Music is Culture tra le tante cose di un incontro molto bello e davvero pieno di quelle parole che mettono in moto le cose (incontro che si è tenuto all’interno di un festival di musica elettronica a conferma che é nel l’incrocio di mondi che si generano il confronto, le idee, il futuro). E così, a proposito di fare, è saltata fuori una proposta a cui tengo molto e che vado spesso predicando.

Lo scorso anno, nel corso di un convegno organizzato dai Commercialisti milanesi mi sono permesso di suggerire al ministro Franceschini, presente al tavolo, questa azione minuscola, quasi infinitesimale, ma che potrebbe nella sua semplicità operare una rivoluzione. Il ragionamento è, dicevo, semplicissimo. Gli artt. 10 e 15 del TUIR prevedono in varia forma la deducibilità e la detraibilità delle spese mediche, comprese quelle per medicinali omeopatici. Basta anche solo andare in farmacia e richiedere un medicinale anche in assenza di ricetta, farsi consegnare un scontrino parlante contenente la specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e l’indicazione del codice fiscale del destinatario e il gioco è fatto. Stante il rapporto tra cultura e salute di cui abbiamo detto e che è ben argomentato nella rivista e in numerosissimi rapporti scientifici, stanti gli effetti benefici sulla salute, sul rallentamento dell’invecchiamento finanche su patologie gravi come depressione e Alzheimer, ecco stante tutto questo e tutto quello che vorrete e potete immaginarvi cosa impedisce di considerare la spesa culturale come medica?

Sarebbe un gesto semplice e persino a costo zero per lo Stato nel momento in cui i limiti di deducibilità/detraibilità non venissero ritoccati e che avrebbe, forse, anche l’effetto di spostare almeno in parte la spesa italiana da una talvolta abusata bulimia farmaceutica a un settore che non prevede controindicazioni, almeno in democrazia. Un gesto piccolo da un grande effetto e con un significato ancora maggiore.

Basta così poco. Basta volerlo.

RavelloLab, un punto di partenza Domani si inaugura anche a Prato
Your Comment

Leave a Reply Now

Your email address will not be published. Required fields are marked *