Bande a part: gli isolati del terzo settore

La riforma del terzo settore è un fenomeno ineludibile con cui gli operatori culturali devono giocoforza interfacciarsi. La tempestività dell’analisi può fare la differenza e il rischio, al contrario, è quello di trovarsi fuori tempo come i relitti della tecnologia fotografati da Jim Golden. Di essere uno StarTAC all’epoca degli smartphones

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Il mondo del terzo settore sta attraversando un periodo di cambiamento feroce che obbliga a ripensamenti sul ruolo, sulle prospettive, sugli obiettivi. Un periodo tra un prima con la data di scadenza sempre più vicina e un dopo non ancora definito e per questo temuto e temibile. Quando non sai dove stai andando prendi una strada che non conosci, dice un proverbio cinese. Ed è proprio questo ciò devono fare gli enti, straniti dalla novità: cercare una strada da seguire. Sconosciuta adesso, per forza di cose, ma non per sempre.

Chi attende ha sempre paura. Chi aspetta ha paura. L’attesa è paura. Ci sono persone che aspettano la morte tutta la vita. E hanno paura. Per questo Achille ed Ettore rincorrono la morte? Per questo gli eroi la rincorrono? Per non aspettarla? Ma non bisogna avere fretta. Bisogna avere pazienza. Chi parla è Haner, la giovane protagonista di Tu es libre una sorprendente piece teatrale (chi non l’ha vista vada!) che indaga il valore della libertà e fin dove questa possa spingersi. Come dice Haner in questo tra ci si può porre in due modi distinti: aspettare o cercare. Perché il tra è uno strumento che ognuno di noi ha a disposizione. Come un man-tra lo è per pensare. Sta a noi, poi, utilizzarlo.

Il mondo no profit, si diceva, è in questa fase: è all’attraversamento di un confine, in trasformazione, in mezzo a un passaggio. Serve coraggio e attenzione. Perché le cose, probabilmente, non sono così chiare come ci raccontiamo in giro, non sono così conosciute, percepite. Di essere comunque tra non tutti si sono accorti.  Ma se iscriversi o meno nel Registro Unico sia o meno un’opzione, se diventare impresa sociale sia una scelta obbligata, se trasformarsi possa avere senso e se questo senso sia unico sono domande, e non sono solo queste, che ogni operatore culturale deve e dovrà porsi e alle quali dovrà provare a rispondere.

L’immagine è chiara e, probabilmente, una spiegazione ce l’ha. Certamente non tutte le organizzazioni hanno cominciato il percorso, hanno approfondito il tema, hanno aguzzato orecchie e ingegno. Probabilmente più chi opera in ambito sociale di chi lo fa in quello culturale. Questi non stanno aspettando, ma con coraggio pionieristico affrontano un viaggio che non sanno ancora dove potrà portarli e che, addirittura, non sanno neanche se li porterà da qualche parte o, come qualcuno teme, alla loro fine per poca struttura.

Contrariamente al comune pensare, gli enti strutturati del settore culturale, quelli forse generazionalmente più anziani, non stanno mostrando interesse alla riforma. Come se non fosse una riforma anche loro. Come se non sapessero di esserne toccati. E’ un dato: aspettano. E non saprei se per scarsa conoscenza del cambiamento che è in atto o per mancanza di abitudine a guardare oltre il proprio orizzonte, ad intercettare novità che arrivano da altri mondi e investono anche quello culturale. Non stanno preparandosi a farlo e questo, qualsiasi sia il motivo, è sbagliato perché nella trasformazione, anche in quella non attuata consapevolmente, ci sono i germi della novità, l’opportunità di crescita, di consolidamento, di valorizzazione.

Chi ritiene in pericolo la propria sopravvivenza, chi sta pensando alla propria trasformazione, chi è a caccia di opportunità, si informa e riflette. Ha preso le cose sul serio e come devono essere prese. Per non rimanere sorpresi ma per guidare il proprio cambiamento. Lo possiamo verificare ad ogni dibattito, ogni incontro, ogni studio. E’ una questione di sopravvivenza, talvolta, certamente una questione di conoscenza.

Qualche anno fa a Venezia una mostra ha celebrato il passaggio, la trasformazione, il divenire. TRA – edge of becoming, a palazzo Fortuny, raccontava proprio questo: l’opportunità, il viaggio, l’ipotesi del nuovo, l’eccitazione della scoperta. La vita, che sta tra il prima e il dopo. Il coraggio che la muove. Quell’attimo così vitale e imprescindibile di silenzio che anticipa la prima nota di una musica nuova, quella membrana che separa quello che era e quello che sarà, così inevitabilmente diverso. Su questa vita che ci presenta occasioni da capire e conti da affrontare. Talvolta devi rompere il vuoto per creare la trasformazione. Talvolta devi lasciare la tua casa per trovare la casa. Il dolore del lavoro è la nascita di nuova vita. Dopo la sofferenza c’è la guarigione Ma bisogna esserci portati, serve coraggio o incoscienza, non saprei dire, ma qualcosa serve. Non saranno il sentirsi forti, la diffidenza verso il cambiamento, l’immobilismo gattopardesco a risolvere i problemi. Non sarà neanche il fare finta di nulla a salvare la pelle sottile. La riforma, con i suoi limiti, le sue incertezze, i suoi tempi non certi offre lo spunto per il cambiamento. Di più: obbliga. A scegliere, a pensare, a immaginare la propria forza. Per dirla come Yoda: Fare o non fare. Non c’è provare

Quattro piccole cose che abbiamo fatto per la cultura e per l’arte (parte prima) Renato Calaj, la nuova mostra BBS-Lombard
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