“Bellezza è verità, verità è bellezza”. Il nostro ricordo di Gianfranco Negri-Clementi

Poco più di un anno fa, con la Commissione Economia della cultura dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano, abbiamo organizzato un convegno dedicato al mercato dell’arte.

Il primo dei relatori chiamato a raccontare le propria visione di un mondo a cavallo tra estro e diritto, tra bellezza ed economia, tra sublime e mercato fu l’avvocato Negri-Clementi. Primo sul palco ma anche primo ad essere chiamato per sondarne la disponibilità perché non era pensabile parlare di arte, diritto e mercato senza il suo patrimonio di conoscenza e sensibilità

Gianfranco ci ha lasciati il primo dell’anno e crediamo che la cosa migliore che possiamo fare è rileggere le parole che aveva scritto per preparare il suo racconto di un mondo che conosceva benissimo e che ha provato a descriverci.

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Convegno: “Il mercato dell’arte”, 13 settembre 2016

Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili

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Relazione di Gianfranco Negri-Clementi su:

“Operare professionalmente nel mercato dell’arte: rischi operativi e strategici”

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Poiché il tema che mi è stato assegnato si riferisce all’”operare professionalmente nel mercato dell’arte” è chiaro che quanto dirò qui concerne anzitutto le attività organizzate in un’impresa, e non quelle “individuali e personali” legate al mondo dell’arte.

Ora, noi sappiamo, e gli studi economici lo hanno largamente dimostrato, che l’attività di impresa è caratterizzata da un indissolubile legame con il rischio.

La gestione del rischio (sua previsione, accettazione, difesa e riduzione, c.d. risk management) fu inizialmente considerata un’attività avente natura occasionale, prettamente operativa e non strategica. La nozione stessa del rischio si è poi evoluta da tale ambito più ristretto, e quasi di eventualità casuale, ad una nozione sempre più ampia, come essenziale parte dell’oggetto dell’impresa. Inizialmente il rischio fu considerato come evento pienamente razionabile e confinato alla valutazione dell’utilità attesa, che veniva perduta al verificarsi dell’evento stesso. Successivamente, furono assunti a valutazione anche elementi soggettivi, ossia inerenti la qualità dell’imprenditore o la sua struttura organizzativa. Il rischio venne così valutato nella sua prospettazione, richiedendosi interventi tanto più incisivi quanto maggiore ne fosse la prefigurazione. Di fatto la rilevanza del rischio ha raggiunto il suo valore cruciale a partire dagli anni Novanta, determinando molti interventi normativi, quali il Combined Code on Corporate Governance (1999, Financial Services Authority), Codice di Autodisciplina (1999, Borsa Italiana) e Sarbanes-Oxley Act (2002, USA).

Tutto questo ha generato il sorgere di un’autentica direttiva gestionale, l’Enterprise Risk Management. Il sistema ERM è un processo posto in essere dal consiglio di amministrazione, dal management (internal audit), e dagli altri operatori della struttura aziendale (comitato audit e rischi), finalizzati a individuare gli eventi che possono influire sull’attività d’impresa e sulla capacità di gestire i rischi assunti, al fine di formulare opportune strategie.

Tale sistema si caratterizza per la sua applicazione costante e durevole, l’ampia estensione e il legame di reciprocità sussistente con i soggetti. Scopo ultimo della gestione del rischio dovrebbe essere quello di confinare quali rischi si possono assumere (il c.d. rischio accettabile), individuando i rischi che si sogliono dividere tra quelli sugli obiettivi strategici, oppure operativi, oppure di reporting, di conformità alle norme e, infine, quelli reputazionali.

Detto processo di identificazione del rischio presuppone l’analisi di molteplici informazioni di natura sia endogena (relative cioè a situazioni endoaziendali), sia esogena (relative anche al contesto economico, politico, sociale e ambientale).  Ad un’analisi prevalentemente qualitativa si deve poi accompagnare una quantificazione dei rischi, in termini sia di probabilità, sia di stima degli effetti. Nella corporate governance più avanzata, questa funzione è affidata ad un Comitato Controllo e Rischi composto da amministratori indipendenti o, in alternativa, da amministratori non esecutivi.

Fatte queste premesse teoriche di base, il mondo dell’arte, allorquando il prodotto è trattato professionalmente, si presenta una situazione assolutamente uguale a quella sopra descritta. Sebbene, infatti, noi siamo spesso portati a considerare (per la personale presenza dell’artista, del gallerista, del dottorato esperto o del critico accademico) tale mondo come costruito su coordinate più emozionali, estetiche, etiche, esso invece è sempre più fondato anche e specialmente su coordinate esclusivamente economiche, nelle quali è molto più semplice trovare quella comunanza di motivazioni che sono proprie dei business aventi oggetti più plateali e non evocatori di chissà quali sublimità. Anche in questa “impresa artistica” noi possiamo trovare rischi operativi minori (la fedeltà ai dipendenti, il sinistro nel maneggio trasporto e conservazione delle opere, l’errata o falsa attribuzione di elementi di valutazione dell’opera, l’utilizzo di insufficienti competenze e informazioni, il carente reporting sulle attività dell’intera struttura verticale e sui mercati non sempre trasparenti o non facilmente verificabili) e rischi maggiori strategici (la caduta reputazionale molto grave in un ambiente di relazioni molto personalizzate; il flusso dei movimenti finanziari e il cambio sistemico di strategie monetarie). Gli esempi naturalmente potrebbero continuare all’infinito, come l’esperienza ci insegna.

Quello che è importante sottolineare è che l’impresa operativa nel campo dell’arte deve essere gestita e condotta come una qualsiasi impresa, con tutte quelle cautele che il tempo ha indicato e perfezionato per la corretta corporate governance di un’impresa manifatturiera produttiva o commerciale, sia essa di prodotti fisici o di servizi o di qualsiasi oggetto. Naturalmente i rimedi proponibili a fronte dei citati eventi potranno essere diversi per la specificità del prodotto artistico rispetto a quello industriale, ma la categoria concettuale non dovrà discostarsene. Quanta maggiore sarà l’ampiezza dei rischi “accettati” (ossia il “risk appetite” delle imprese) tanto maggiori saranno i suoi prospettici utili, ma anche la possibilità di improvvise cadute (e di qui proprio il perché le maggiori case che si propongono sul mercato nei loro diversi profili d’azione evidenziano l’età della loro fondazione come elemento di vanto per la difesa delle loro procedure di azione).

L’investitore privato non professionale affronta problematiche alquanto diverse, infatti gli avveduti acquirenti preferiscono una scelta emozionale, fondata sul proprio background. In questi casi l’acquisto non trova il proprio perno nel mero risvolto commerciale, ma poggia sul soddisfacimento di immanenti inclinazioni soggettive e culturali. L’incrocio tra domanda e offerta, qui, è dunque solo uno degli aspetti che egli considererà, in virtù della natura peculiare degli oggetti di scambio.

La riduzione dell’arte a investimento o asset class presenta, infatti, un vizio di forma, non trattandosi di quote partecipative delle imprese commerciali, ma di opere che divergono per dimensioni, colore, anno, tecnica e qualità sottostante. Pensiamo, ad esempio, alle trentotto La fine di Dio realizzate da Lucio Fontana. Confrontandole si evidenzia uno scarto in termini valoriali, determinato proprio dalla qualità delle singole opere. Il medesimo discorso può essere esteso al ciclo dei tagli, talvolta assolutamente statici e produttivi di tele sorde, talaltra ritmici e produttivi di forti sintonie. Valutazioni analitiche per macroeconomie risultano, pertanto, assolutamente labili, non potendo la definizione qualitativa di un quadro poggiare su simili paradigmi astratti.

In conclusione, non ci resta che ribadire per l’investitore privato non professionale la necessità di un acquisto informato e consapevole, non solo con riferimento al mercato, alla provenienza dell’opera, ma anche con riguardo al bagaglio culturale sottostante la produzione e l’accettazione della stessa. Solo un ingresso consapevole nel mercato dell’arte permette, infatti, di comprendere cosa John Keats (l’autore di Ode on a Grecian Urn) intendesse scrivendo “bellezza è verità, verità è bellezza”, senza trincerarsi oltre un più semplice e attuale “bellezza è trend, trend è bellezza”.

 

 

Imprese e valore culturale Marco Biscardi - Times Change
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