Il futuro del fundraising tra USA, UK ed Europa

Un altro articolo per Il Giornale delle Fondazioni. L’originale qui

Ho da poco letto questo articolo sul New York Times, riguardante la proposta di Trump di tagliare i fondi per le arti. Sembra essere il primo presidente a contemplare tale idea, da quando il fondo per le arti è stato creato nel 1965. Da un punto di vista europeo, sicuramente è davvero un momento particolare per i musei e le istituzioni d’arte negli USA, come vediamo dalla crisi del Metropolitan Museum of Art di New York. Sembra che gli Stati Uniti siano arrivati a un punto di svolta, probabilmente stanno perdendo la guida per quanto riguarda la gestione dell’arte.
Probabilmente i tagli che Trump sta proponendo sono più simbolici che significativi: il budget del NEA (National Endowment for the Arts) è da tempo molto ridotto e oggi i finanziamenti che eroga si aggirano intorno ai $25.000. Il NEA è comunque sopravvissuto, con alti e bassi nel corso di tutti i governi americani, nella consapevolezza che le nazioni si considerano non soltanto per la politica che attuano bensì per la Cultura che tramandano. Esplorando l’arte in Toscana, si può vedere che famiglie come i Bardi, i Peruzzi e i Medici – i banchieri del primo Rinascimento quando Firenze era la Wall Street d’Europa con il suo “fiorino d’oro” – sono ricordati nella storia per aver fatto fiorire e aver sostenuto la cultura e l’arte, prima ancora che per le loro aziende e le loro banche.
Il NEA ha una storia lunga 52 anni, e il contributo alle arti più importante è stato quello di stimolare le donazioni da privati. Nonostante i finanziamenti siano di modeste dimensioni, le organizzazioni a cui vengono assegnati superano, in un certo senso, un esame reputazionale. Per questo, tra i sostenitori americani delle arti, c’è un grande movimento in atto che mira a salvare la NEA.

Intanto in Europa, Sharon Heal per la Museum Association (MA), nel Regno Unito, ha tenuto la sua conferenza annuale a Glasgow[1], occasione in cui più di 1.500 persone si sono riunite per discutere il ruolo dei musei nel place-making, nella sostenibilità, nelle nuove sfide, nell’identità, la salute e il benessere. Il contesto di queste discussioni era la Brexit, ma anche la possibilità di un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia, e i cambiamenti sociali, economici e demografici che hanno avuto un impatto nelle comunità e nei musei.
Nel Regno Unito la significativa riduzione dei fondi pubblici per la cultura sta condizionando gli operatori museali con una forte pressione, in particolar modo quelli fuori Londra. In Inghilterra, le spese per la cultura sono diminuite di £230 milioni dal 2010, e nello stesso periodo sono stati chiusi 45 musei in tutto il Regno Unito. Nel Lancashire, sono stati chiusi cinque musei negli ultimi due mesi e sul sito del Comune si legge un avviso: “Chiuso fatta eccezione per le visite scolastiche (prenotazione necessaria). Le trattative sono in corso con un potenziale nuovo operatore”. A Kirkless, il Dewsbury Museum ha chiuso nel novembre 2016, così come il Red House Museum e il Tolson Museum. Anche la New Art Gallery in Walsall, che riceve oltre 170.000 visitatori all’anno e che ha aperto nel 2000 con un investimento di oltre £20 milioni, rischia di chiudere. L’amministrazione locale ha constatato “Se continuiamo ad applicare disposizioni di austerità, allora tra quattro anni ci sarà solo una biblioteca, nessun servizio per i giovani, nessuna galleria d’arte e nessun teatro”.
Molti di questi musei sono nel centro di città post-industriali dove le persone versano in condizioni di svantaggio sociale ed emarginazione e la loro percezione del governo nazionale è quella di una entità distante –non a caso si tratta precisamente delle aree dove molte persone hanno votato per uscire dall’UE-.
Sharon Heal continua affermando che “ci sono molte domande difficili da porsi come settore per quanto riguarda la sostenibilità dei musei. Non tutti i musei potranno, né dovrebbero, sopravvivere nel prossimo futuro. Dobbiamo riuscire a trovare delle risposte. Molti musei nel Regno Unito hanno esplorato nuovi e vari modelli per aumentarne la sostenibilità. Alcuni musei sono diventati dei fondi fiduciari per riuscire ad avere più controllo sulle proprie finanze. Molti hanno cercato di generare più risorse tramite la raccolta fondi, le attività commerciali e altro. Altri musei hanno impostato collaborazioni con organizzazioni del terzo settore, università e luoghi affini per massimizzare l’impatto e ridurre i costi.”

Cosa succederà in America e nel Regno Unito se da ora in poi i governi dovranno iniziare a prendersi cura di tutti i musei e delle istituzioni d’arte nelle proprie città e stati?
I musei hanno un valore economico molto importante oltre al loro valore sociale ed educativo[2]; tuttavia stanno perdendo sostegno finanziario pubblico (un trend non solo italiano dunque). Per questo motivo è importante sviluppare il loro potenziale innovativo e imprenditoriale. I musei sono asset cruciali per stimolare la crescita economica in chiave sostenibile: in questa nuova visione, il valore economico del settore culturale, nel senso più nobile del termine, dovrebbe essere riconsiderato, poiché laddove non ci sia sostenibilità difficilmente ci sarà crescita e sviluppo delle comunità e dei territori. L’American Alliance of Museums (AAM)[3] ha pubblicato uno studio che dimostra l’importanza dei musei nel restituire valore e risorse alle piccole imprese secondo una logica di prossimità territoriale. I musei hanno dimostrato di saper agire in modo imprenditoriale (come stabili intraprese), non soltanto per sopravvivere a un periodo di crisi economica, ma anche per creare valore per la società e le comunità, oltre a generare coesione sociale e crescita[4].

Per avere successo in un contesto di mutevole cambiamento, i musei dovranno cambiare.
Credo che la proposta di eliminare il NEA e altre agenzie culturali avrà due diverse conseguenze: da una parte, accrescerà la sensibilità di scelte filantropiche, come dimostra Giving USA (+4,1% 2015/2014), e dall’altra, potrebbe spingere gli americani che sostengono le arti a dare di più ai loro musei locali, rendendo più rigida la competizione per la raccolta fondi nell’ambito internazionale.

L’auspicio è di una vera e propria coopetizione tra i musei: cooperazione e non solo competizione, e una maggiore sensibilizzazione riguardo alla loro sostenibilità.
Siamo quindi di fronte ad una situazione molto difficile, e al contempo sfidante, per quanto riguarda la raccolta di fondi per le arti, la cultura e i musei, non solo a livello nazionale ma internazionale. L’arte cambia, i musei cambiano, noi cambiamo, e una delle armi più forti che le istituzioni culturali hanno a disposizione, insieme alla loro identità, sono le persone che lavorano per e con loro. Investiamoci.

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