La casa del collezionista nel burrone

Un nostro articolo sull’Art Flipping per il Giornale delle Fondazioni. L’originale lo trovate qui.

Il mercato dell’arte è un posto strano. Ce lo ricorda anche un articolo apparso sul Times[1] e che riprende una ricerca effettuata da Bloomberg[2] secondo cui le rivendite di opere avvengono con tempi sempre più serrati. Un fenomeno detto art flipping che ha certamente delle conseguenze.

È un posto strano davvero. Da un lato ci sono i collezionisti, quelli che come solo gli innamorati sanno fare, perdono la testa sapendo di farlo. Che arrivano a spendere fortune, malati di una bramosia bulimica. Gente come John Paul Getty, ad esempio. Non un fulgido esempio di generosità: probabilmente l’uomo più ricco del mondo ai suoi tempi non permetteva ai suoi ospiti che avessero necessita del telefono di fare chiamate extraurbane. L’uomo che, tutti sanno, ha aspettato fino a quando si vide recapitare l’orecchio mozzato del nipote prima di pagare il riscatto del suo rapimento. Quello che quel riscatto lo pagò dopo essersi informato su quanto avrebbe potuto scaricare dalle tasse e che si fece ripagare la differenza dal nipote con un interesse del 4%. Ecco persone come lui di fronte all’arte diventano altro. Getty fece follie per acquistare opere meravigliose e forse la follia più grande fu quella di far costruire a Los Angeles un museo dove mettere in mostra tutti i suoi capolavori, un museo che non vide mai perché viveva a Londra e aveva paura degli aerei. Ecco: questi sono i collezionisti.

Nello stesso posto, poi, convivono i flippers. Per Bert Kreuk, uno di questi “l’arte è diventata una classe d’investimento finanziaria: la realtà si riflette anche nei prezzi e non ci vedo niente di male. Compro arte perché mi piace e adoro convivere con essa ma chiaramente guardo al prezzo: c’è una bilancia in continua oscillazione tra principio estetico e analisi di mercato”. Le opere d’arte, quindi, perdono il proprio valore artistico surrogato da quello speculativo, d’investimento se non addirittura di scommessa.

Dapprima il fenomeno ha puntato su artisti giovani e sconosciuti. Stefan Simchowitz, collezionista e controverso artflipper, ha speculato su ragazzi appena usciti dall’accademia acquistandone opere a prezzi irrisori gonfiandone i prezzi fino a giungere a quotazioni di alcune decina di migliaia di dollari. Una operazione a breve termine con tutti i rischi del caso per gli acquirenti (che non tarderanno molto ad accorgersi della ‘bolla’ su cui hanno investito) e, soprattutto, per gli artisti (che vengono ‘bruciati’, sacrificati sull’altare del guadagno veloce. Il guadagno di qualcun altro, oltretutto).

Ore però le cose stanno andando oltre. Bloomberg segnala il caso del dipinto di Peter Doig ‘La casa dell’architetto nel burrone’. Venduta nel 1991 per poco più di £300.000 ha cambiato mano nel 2002 per una cifra di $3.600.000. Da allora si sono succedute rivendite sempre più ravvicinate a prezzi sempre più alti. Nel 2013 (£7.600.000), 2016 (£ 11.300.000) fino a tornare in asta ancora in questi giorni con una stima di partenza di $25.000.000. È forse il caso più eclatante ma non certo l’unico.

Di certo tutto questo ha poco a che fare con l’estetica delle opere d’arte, con la loro tecnica e neanche con il messaggio che ognuna di lor racconta. Il flipping è il prodotto artificiale di qualcosa che ha più a che fare con la natura umana che con il mercato dell’arte in sé.

Investire in opere d’arte, di antiquariato, in beni da collezione non è certo una cosa nata oggi ma sicuramente il crescente interesse del settore, l’aumento dei volumi, lo sviluppo del mercato in nuovi porti come l’Asia o la Russia porta con sé delle prevedibili distorsioni. L’aumento esponenziale la concorrenza sempre più serrata di fiere e aste rende questi eventi “davvero difficili da riempire. Le case d’asta devono fare più ‘ginnastica’ per farlo” dice Todd Levin, un consulente artistico newyorkese, intervistato da Bloomberg. Anche questa necessità è alla base dell’aumento del turnover delle opere così come le politiche fiscali che rendono il mercato più dipendente dagli investitori. Così, come fa notare anche il rapporto di Bloomber, a causa come l’abrogazione negli USA delle norme like kind per il mercato dell’arte ossia la possibilità di rinviare la tassazione degli proventi derivanti dalla dismissione di opere d’arte se reinvestiti in attività simili “le case d’asta potrebbero aver bisogno di affidarsi maggiormente a vendite ripetute”.

Il mercato dell’arte, dicevamo, è un posto strano in cui si mischiano grandi passioni e grandi interessi, in cui cuore e testa si incontrano come in pochi altri casi. Il massiccio arrivo di capitali, a volte più potenziali che effettivi, ha certamente rivoluzionato il panorama. La ‘grande finanza’, Getty ne è stato un esempio così come, per guardare più vicino a noi in ogni senso, lo sono oggi Prada e Pirelli, ha sempre avuto uno stretto rapporto con il mondo dell’arte. E neanche l’investimento in arte è un’invenzione moderna. È la speculazione quella che negli ultimi anni ha fatto capolino, un fenomeno massiccio e, come visto, non limitato a soli pochi riders, ma ormai parte di un sistema finanziario complessivo in cui le opere sono trattate come futures.

Che sia un bene o un male fate voi.

[1] https://www.thetimes.co.uk/article/art-collectors-are-brushed-aside-by-the-quick-flippers-jspxwr999

[2] https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-03-06/high-end-flippers-fuel-art-auctions-in-london-as-prices-surge

Il futuro del fundraising tra USA, UK ed Europa Consigli di amministrazione e Terzo Settore. Un nostro articolo per Artribune
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