Commercialisti e cultura

Venerdì 12 ottobre, al Convegno Nazionale dei Commercialisti si è parlato dell’economia del turismo e della cultura.

Di seguito l’intervento di Franco Broccardi.

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Partiamo dai dati. La cultura e le imprese ad essa collegata producono ricavi per quasi 100 miliardi di euro. A questo si aggiunga l’effetto moltiplicatore, che fondazione Symbola ha calcolato in 1,8, che ha effetto nelle attività collaterali e nell’indotto, turismo in primis, e che porta il prodotto di settore a quasi 270 miliardi di euro. Il 17% del valore aggiunto nazionale. Un settore che, e non è poco, occupa 1.500.000 operatori.

Allargando il campo, il Made in Italy di cui la cultura è componente fondamentale, è il terzo brand più famoso al mondo dopo CocaCola e Visa. Polimoda a Firenze, Marangoni e Domus Academy a Milano, sono riconosciute tra le 10 più importanti scuole di moda al mondo. E anche nel campo dei videogame e della gamification, in cui il nostro paese non è generalmente fortissimo, siamo in grado di diventare eccellenza quando lo applichiamo alla cultura. ‘Father and son’, un gioco/app prodotto dal MANN, il museo archeologico di Napoli, grazie a una felice intuizione del suo direttore Paolo Giulierini, di Ludovico Solima e di Fabio Viola è diventato un caso mondiale scaricato in ogni parte del globo, Cina inclusa.

L’Italia ha possibilità straordinarie in questo campo, diverse e superiori rispetto a quelle di ogni altra parte del mondo, perché diffuse su tutto il nostro territorio e differenziate. Prendiamo due esempi, diversi tra loro geograficamente e per tipo di attività. La più importante galleria italiana di arte contemporanea, significativa nel panorama internazionale, non ha sede a Milano o in un’altra grande città. Galleria Continua, nata più di 25 anni fa dalla passione di tre amici, richiama San Giminiano in Toscana collezionisti da tutto il mondo e un turismo importante nei numeri e nel livello. Allo stesso modo a Favara, vicino ad Agrigento, grazie alla passione e alla generosità di Andrea Bartoli, un notaio locale, e di sua moglie un intero quartiere è stato oggetto di rigenerazione urbana e destinato ad attività culturali rigorosamente senza alcuno scopo di lucro. Una operazione, questa, che per quanto non appoggiata dalla politica locale ha puntato I riflettori della stampa internazionale e un conseguente interesse dei visitatori su un piccolo centro altrimenti poco noto.

Questo, per chiarirsi, è il quadro che peraltro tutti quanti, a grandi linee, conosciamo: viviamo in un paese dalla grande fortuna. Una fortuna ereditata, tramandata è troppo spesso trascurata se non vilipesa. Una fortuna, lo si è detto, diffusa e non concentrata in pochi luoghi simbolo come avviene invece nei paesi ‘competitor’: ed è questa la nostra vera forza.

Paolo Baratta, il direttore della Biennale di Venezia, in un suo intervento alla conferenza nazionale dell’AICI, l’Associazione delle Isituzioni di Cultura Italiane, ha parlato della necessità per il nostro paese di un ‘riarmo culturale’. Sono poche le possibilità che l’Italia può vantare della grandezza del proprio animo culturale. Un settore che, si è detto, offre possibilità di crescita economica importanti proprie e che se declinato in chiave di attrattore turistico, evitando però le concentrazioni di interesse come, ad esempio, accade a Venezia soffocata da una massa spesso poco attenta al valore, può diventare il fattore economico principale dell’economia nazionale.

Oltretutto, anche in chiave politica non dovrebbe sfuggire l’importanza della cultura che da sempre è stato uno strumento di consenso. Mecenate non fu altro che un ministro di Augusto che utilizzò la benevolenza dei propri protetti al fine di mantenere alto il gradimento dell’imperatore. E lo stesso si può dire dei Medici. Non a caso Weiwei, artista contemporaneo tra I più conosciuti al mondo, dissidente cinese, disse che ‘tutto è arte, tutto è politica’. Basterebbe tenerne conto.

Quindi che fare? Si può molto e, a volte, con poco. E certamente I commercialisti hanno senza dubbio la propria parte da svolgere. La direzione è duplice e può essere riassunta in due concetto cardine: diffusione e sostenibilità. Da un lato va favorito lo sviluppo culturale diffuso, in particolare al sud dove la mancanza di fondazioni bancarie forti non ha permesso il sostegno di operazioni come l’Art Bonus e dove il nostro Ordine dovrà fare di più per creare il legame forte tra il tessuto imprenditoriale e le attività culturali. Dall’altro il ruolo che ricopriamo ci impone di risvegliare l’attenzione della politica sui problemi esistenti proponendo, al contempo, delle soluzioni.

Negli scorsi mesi è stato aperto un tavolo con l’Ufficio Centrale Normativa dell’Agenzia delle Entrate a cui abbiamo posto la questione delle sponsorizzazioni culturali e, di conseguenza, dei costi sostenuti dalle società benefit per il perseguimento dell’oggetto sociale. In particolare, ciò che ci premeva era definire il principio di come l’inerenza tra il costo di una sponsorizzazione e l’attività economica dello sponsor passi dall’indubbio valore reputazionale che lo sponsor acquisisce e da quello sociale del proprio sostegno alla cultura rendendo tali attività non solo inerenti ma prodromiche all’ottenimento di ricavi né più né meno (ma molto probabilmente più) di altre operazioni pubblicitarie per le quali è attribuita la piena deducibilità del costo.

Tale interlocuzione con l’Agenzia, in un primo tempo assolutamente collaborativa e disponibile all’accoglimento delle istanze proposte (così come in altro ambito si è soffermata a discutere e collaborare alla stesura di nuove norme per la regolamentazione del mercato dell’arte) ha poi subito un imprevisto stop con l’andata in pensione del direttore Dodero rimandando il tutto a data da destinarsi e relegando l’Agenzia al suo ruolo di mero esecutore. È evidente come sia necessario un lavoro più politicoda parte del nostro Ordine che deve farsi carico del proprio ruolo di traduttore delle necessità degli imprenditori e dei settori economici a cui si rivolge verso chi ha l’obbligo di ascolto di tali istanze al fine di tradurle in norme che siano, oltre che semplici e facilmente applicabili, funzionali al buon funzionamento operativo che non potrà che avere riscontro in una maggiore sostenibilità del settore con tutti i benefici che questo comporta. Un settore quello culturale, si è detto, influente politicamente e quanto mai necessario all’economia italiana. Perché se personalmente non mi piace pensare alla cultura come il nostro petrolio, credo invece fortemente che rappresenti per l’Italia il suo ossigeno. Qualcosa di vitale a cui siamo troppo abituati tanto da dimenticarne l’importanza e che troppo spesso tendiamo ad inquinare.

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