LA CULTURA DIGITALE, IL DNA DEL TEMPO CHE VIVIAMO. Maria Grazia Mattei per ÆS

Sensori e robot alla portata di tutti, computer quantici sempre più potenti; connessioni ultrarapide, oggetti che dialogano autonomamente fra loro; una produzione di dati che non ha pari nella storia dell’umanità. È un’istantanea del nostro presente tecnologico, complesso e frammentato, almeno all’apparenza. Le pagine che seguono provano a raccontare perché non è così, nonostante il più che comprensibile spaesamento. Verranno dapprima presentati alcuni sintomi eclatanti di un fenomeno ben più profondo e complesso, che identifichiamo come Smart System. Emergerà ben presto che l’innovazione non possa né debba essere associata ad un contesto strettamente tecnologico, bensì al concetto di Cultura Digitale. Identificata la natura di questo ecosistema di senso, verranno rintracciati i suoi effetti e le opportunità in diversi campi del sapere, concentrandosi sull’arte e la creatività cui il digitale dischiude una nuova estetica e linguaggi espressivi originali.

Nel gennaio 2019, erano circa 4 miliardi e mezzo le persone che usavano Internet , in maggioranza attraverso uno smartphone. Superata la prima metà dell’anno, possiamo ritenere questo dato già invecchiato.

Ogni giorno vengono generati Big Data per circa 3 quintilioni di byte. Un numero che pare fantascientifico, ma è assolutamente concreto. A comporlo contribuiscono le 187 milioni di e-mail, i 38 milioni di messaggi Whatsapp e i 18 milioni di sms scambiati ogni minuto nel mondo .   

Se questo è il presente, come sarà il futuro? Grazie all’Internet delle Cose, nel 2021 una famiglia media potrebbe utilizzare fino a 500 dispositivi elettronici intelligenti (wearables, elettrodomestici intelligenti; auto e mezzi di trasporto; apparecchi medicali e molto altro) per un totale stimato di circa 250 miliardi di oggetti connessi capaci di produrre volumi enormi di dati .

In un lasso di tempo neanche troppo lontano, i robot e i sistemi di intelligenza artificiale saranno intrinseci a ciò che facciamo quotidianamente: essere visitati o persino operati da remoto, scegliere la birra giusta o conservare il più vividamente possibile i nostri ricordi. E questa relazione «simbiotica» è destinata a coinvolgere progressivamente la popolazione mondiale che, nel 2050, sarà di circa 10 miliardi di abitanti.

Tutto sembra convergere verso un potenziamento delle capacità umane e il superamento dei nostri limiti biologici attraverso le macchine. Abbiamo una memoria più potente grazie al machine learning, una vista più acuta attraverso realtà virtuale e aumentata, una mobilità intelligente ed ubiqua costituita di reti sociali e telepresenza.

L’intrecciarsi sempre più simbiotico fra le tecnologie e le nostre vite ha modificato il nostro habitat. Le città – sostiene il filosofo Edgar Morin – sono gli snodi reali di un sistema nervoso planetario, che lega l’uomo agli oggetti in uno scambio continuo e risulta ancora invisibile all’occhio umano, ma non ai computer intelligenti.

Tendiamo a percepire il cambiamento che stiamo vivendo in una prospettiva parcellizzata o settoriale, perdendo il quadro d’insieme. In realtà, se potessimo astrarci e guardare il fenomeno da un immaginario panopticon scorgeremmo un unico grande network esteso e interconnesso che possiamo definire Smart System. Ma come siamo arrivati fin qui?

Lo Smart System di oggi è la risposta a bisogni demografici, relazionali, lavorativi e abitativi nuovi di una società post-industriale. Dagli anni Sessanta ad oggi sempre più risorse umane e di pensiero si sono trasferite verso le città, rendendo necessario lo sviluppo di infrastrutture, mobilità e servizi adeguati, insieme a strumenti di comunicazione personali e flessibili. È nato così un intero mercato con un’ampissima domanda da soddisfare attraverso soluzioni sociali, culturali, economiche diverse dal passato.

Nel giro di quattro decenni, con un’accelerata fra fine Anni Novanta e Anni Duemila, sono cambiati i punti cardinali che determinano cosa voglia dire essere individui e cittadini, il concetto di comunità si è esteso al di là dei confini geografici tradizionali, la connessione di (e fra) idee, saperi, bisogni ha reso la prossimità fisica non essenziale.

Tool e servizi tecnologici sempre più potenti hanno completato «l’ultimo miglio» della metamorfosi, impattando sulle nostre vite, professionali e personali come mai prima. La loro pervasività ha però generato un malinteso: si è preso a considerare la tecnologia quale causa di queste trasformazioni, quando ne è conseguenza, per le ragioni che abbiamo tratteggiato in queste righe.

Concretizzando, non sono certamente il personal computer o i social network ad aver «creato» lo Smart System. Al contrario sono i bisogni di una società atomizzata, nomade e liquida ad aver preparato l’humus nel quale ricercatori, scienziati ed in ultima istanza tech companies hanno progettato e commercializzato device e servizi ad alto tasso di tecnologia.

Qual è il pericolo di questa inversione fra causa ed effetto? È che ci trasformi in forzati della tecnologia lanciati verso l’ennesima novità fino a perdere il senso di tutto questo correre. Un rischio enorme alla luce delle sfide che abbiamo davanti, su tutte quelle dell’Intelligenza Artificiale.

Il concetto di Cultura Digitale restituisce l’idea che l’innovazione sia un fatto culturale, prima ancora che tecnologico. È il DNA del tempo che viviamo, è la struttura invisibile di simboli, comportamenti e abitudini che dà forma al nostro presente, ma spesso viene oscurata da sovrastrutture tecnologiche sempre nuove.

È urgente abilitare una riflessione pubblica, persino politica, su questa «illusione ottica» di cui la società nel suo complesso è spesso vittima. Per farlo serve disseminare l’alfabeto del presente, un alfabeto non binario, ma esponenziale e basato sulla stratificazione. Come studiando una moderna Stele di Rosetta, dobbiamo rintracciarne gli elementi fondativi, analizzarli e condividerli con il più ampio numero di persone.

Ogni alfabeto produce una grammatica con le sue regole, così è anche per la Cultura Digitale. Potremmo schematizzarle in concetti diventati di uso comune quali collaborazione; partecipazione; condivisione; trandisciplinarità e da ultimo ibridazione. Open Source e Crowdfunding; Social Network; Sharing economy; Blockchain e infine la progressiva Sintesi Uomo-Macchina sono fenomeni originati dal combinato disposto di quelle cinque parole innalzate a paradigmi.

La Cultura Digitale germoglia in ricerche d’avanguardia e sperimentazioni che partono dalla fine degli Anni Cinquanta. In quella fase saperi diversissimi e apparentemente distanti come l’arte visiva, l’ingegneria, la scienza, la musica, il design, la genetica vivono fertilizzazioni reciproche lunghe oltre trent’anni e saldano le fondamenta creative, artistiche e sociali del presente in cui oggi siamo immersi. Potremmo chiamarle le Radici del Nuovo.

Nei primi anni Sessanta pionieri della computer grafica come Ken Knowlton, Ivan Sutherland e Stan Vanderbeek iniziano a lavorare su immagini digitali create al computer. Mentre un’avanguardia di ricercatori e ingegneri «stressano» i computer per creare, simulare, interagire o moltiplicare la realtà, alcuni artisti intravedono in questi mezzi elettronici una risorsa espressiva per superare i confini fisici e generare interazione. L’Arte Telematica o della Comunicazione va in questa direzione e conta in Nam June Paik un indiscusso maestro. Sarà proprio lui, nella notte di Capodanno del 1984, a connettere Parigi e New York grazie ai satelliti coinvolgendo i musicisti John Cage e Peter Gabriel e i colleghi Salvador Dalì, Laurie Anderson e Joseph Beuys. Con Good Morning Mr Orwell si celebra – non senza un retrogusto amaro – il capolavoro dell’autore britannico che preconizza una società connessa e controllata da un Grande Fratello globale.

Insieme alle opportunità della rivoluzione elettronica, gli artisti intravedono da subito gli aspetti critici, interpretando «i segnali deboli» come movimenti tellurici destinati ad impattare sulla collettività a livello globale. Ma che ne è dell’individuo?

L’individuo per come lo conosciamo inizia una metamorfosi: si moltiplica e si scinde come accade ad una cellula in rapida trasformazione, diventa altro da sé, in una parola si ibrida. L’ibridazione fa parte del codice genetico della Cultura Digitale che si sostanzia prima nel dualismo reale-virtuale e più di recente in quello uomo-macchina.

Seguendo questa traiettoria, in un primo momento sono le macchine ad ibridarsi tra loro e mettersi in rete: è la prima Internet accademica e militare, che supera l’opposizione reale-virtuale, creando nuove forme di intelligenza condivisa. Poi nel 1991 arriva il World Wide Web: qui a connettersi sono pagine statiche e documenti (immagini, audio, video) che diventano accessibili a chiunque da ovunque; nasce una nuova forma di intelligenza globale, «democratica» e senza confini, che supera le barriere spazio-temporali, ma resta sempre basata sul singolo individuo.

Con il nuovo millennio, dal 2007 in poi, tocca alle persone mettersi in network: i social media e gli smartphone portano in rete miliardi di individui, creando una nuova forma di intelligenza collettiva, che supera i confini individuale-sociale. Non è tutto oro quel che luccica, lo sappiamo. La piazza virtuale si affolla sempre di più, diventa caotica perché popolata di identità e conversazioni stratificate, spesso polarizzate. Tanto che l’inventore del WWW, Tim Berners-Lee, nel 2018 dichiara: «l’umanità connessa dalla tecnologia sul web funziona in modo distopico».

Il numero di informazioni diffuse, disperse o sottratte sul Web è come un fiume in piena: abitudini, paure e comportamenti di milioni di persone in tutto il mondo diventano numeri di un contatore che non si ferma mai. Sono i cosiddetti Big Data, informazioni che solo le macchine sanno elaborare e l’uomo deve (saper) interpretare.

Negli ultimi anni, grazie alla disponibilità di dati sempre più variegati ed eterogenei (si parla di Small Data o Thick Data) e allo sviluppo di algoritmi di nuova generazione in grado di apprendere e creare nuove entità (deep learning), siamo entrati nell’era dell’Intelligenza Artificiale.

È questo il momento in cui può affermarsi meglio la dimensione ibrida della Cultura Digitale: a essere connessi sono sistemi complessi, formati da macchine, documenti, individui; tutti questi soggetti ora riescono a interagire tra di loro, dando vita a una nuova forma di intelligenza che non è mossa soltanto dalla «macchina» (come in molti credono ingenuamente), ma proprio dalla sintesi di Uomo+Macchina. È l’affermarsi della dimensione «cyborg» che porta con sé nuove promesse, ma anche molte tensioni etiche.

Nella progressiva ingegnerizzazione del nostro quotidiano sta, da un lato, la complessità crescente del presente a cui si cerca di porre rimedio; dall’altro, l’idea che modelli scientifici (dunque prevedibili e replicabili) rispondano più efficacemente ai bisogni della società, «eliminando» alla radice comportamenti disfunzionali o tendenze devianti.

Sulle conseguenze di questa lettura della società è obbligatorio interrogarsi come individui, cittadini e membri di una collettività globale. Emerge prepotente la necessità di un’agenzia culturale che esponga le persone ad un ecosistema in movimento di cui sono già parte per dotarle di strumenti utili a diventarne pienamente attori e non più «agenti» passivi.

Se, come abbiamo raccontato nelle pagine precedenti, non esiste settore immune alla rivoluzione epocale di cui siamo testimoni e auspicabilmente attori, l’arte e l’estetica sono naturalmente inclini a diventare enzimi di questo processo, più e meglio di altri ambiti.

La Cultura Digitale è ontologicamente predisposta ad una attitudine connettiva, com’è già emerso dalle collaborazioni e relative sperimentazioni fra autori ed artisti d’avanguardia – musicisti, scultori, videoartisti – con professionisti della scienza. Per molti anni, gli strumenti espressivi del digitale sono stati utilizzati per divulgare ricerche avanzate che, per il loro grado di complessità ed astrazione, restavano quasi sempre ignoti all’opinione pubblica. Oggi non è più così.

La democratizzazione degli strumenti digitali – pensiamo alle potenzialità creative multimediali di un «semplice» smartphone – ha contribuito alla nascita di figure ibride non ascrivibili all’identikit dell’artista «tradizionale». Sono professionisti con competenze trasversali di grafica, design e linguaggi audiovisivi in genere, che scelgono di esprimersi con il digitale. Potremmo definirli digital creator perché generano atmosfere e visioni nuove, e le indirizzano verso il mercato dell’industria creativa e non verso il mercato dell’arte classico.

Ad alimentare la loro ricerca è spesso l’interazione con saperi diversi e molto distanti come ad esempio biologia, neuroscienze o psicologia cognitiva mentre l’estetica che li caratterizza è frutto della fusione fra mondi fisici e virtuali, una tendenza così avanzata che il critico Lev Manovich ha definito AI Aestetics .

Provocando, possiamo dire che se l’estetica è sintetica o digitale, l’obiettivo dei loro lavori è spesso anologico. Il motore che guida questi creativi è il desiderio (e l’ambizione) di generare consapevolezza e cambiamento in chi entri in contatto con il loro lavoro. Nei casi più felici c’è chi si spinge a definirla Awareness Art perché attraverso un’esperienza di interazione fra le persone e la tecnologia le apre ad un mindset nuovo. Per farlo usa installazioni immersive, stampa 3D, sensori e data visualization che raccontano sempre più spesso il cambiamento climatico, l’inquinamento, i fenomeni migratori. In una parola, le grandi crisi della contemporaneità.

Tutt’altro che «fredde», queste esperienze digitali generano empatia e coinvolgimento soggettivo ad un livello più o meno profondo.

Dopo anni di distacco quando non di disimpegno, oggi creativi ed artisti spingono per un rinnovato ruolo sociale dell’arte nella costruzione della sfera pubblica. Per farlo usano i social network come leva di disseminazione e viralizzazione, una strada impensabile fino a qualche anno fa quando critici, galleristi e media tradizionali erano l’unica strada per diventare rilevanti. È così che progetti, installazioni ed esperienze creative non istituzionali o «alternative» assumono peso e ribalta internazionale in quanto conosciute, apprezzate e condivise dal pubblico, su scala globale.

Se artisti e creativi sembrano aver assimilato i parametri del tempo che viviamo comprendendo che Arte, Scienza e Tecnologia sono chiamate a lavorare insieme, non è sempre così per le organizzazioni che conservano e valorizzano i beni culturali e paesaggistici.

Musei, biblioteche, poli archeologici, archivi, gallerie, parchi e giardini sono chiamati ad immaginare per sé un’identità nuova. In primis a ridefinire la propria mission in relazione ad un contesto sociale, economico e geopolitico nuovi.

È su questa metamorfosi dei player delle industry culturali tradizionali che l’Europa sta puntando, candidandosi ad una leadership mondiale sui temi della creatività e dell’impatto sociale, come dimostrano gli investimenti a progetti che coinvolgano artisti, creativi e operatori della filiera economica e produttiva.

Da spazio di conservazione e valorizzazione di contenuti, saperi e linguaggi del sapere classico, un’organizzazione culturale dell’Era Digitale deve diventare un nodo di esposizione, comprensione e promozione di linguaggi creativi inediti, interagire con istituzioni e aziende di settori anche molto distanti per aiutare i visitatori e, in senso più ampio la società, ad abbracciare le sfide della contemporaneità.

COME L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE RIMODELLA IL PRESTITO D’ARTE: RENDENDO LIQUIDI ASSET DI TUTTI I TIPI, DALLA MAGLIA DI MICHAEL JORDAN A UN PATEK PHILIPPE O UN’OPERA D’ARTE CONTEMPORANEA IL SISTEMA NAZIONALE DEI MUSEI: ESEMPIO DI VOLANO ECONOMICO, PALESTRA DI LEADERSHIP  E SNODO DI COLLABORAZIONE  TRA STATO E REGIONI. Antonio Lampis per ÆS
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