L’occhio di chi vede: due brevi interviste dallo sguardo lungo

Stefano Contini1 e Sonia Farsetti2

Abbiamo fatto qualche domanda a chi opera nel mercato dell’arte con una visione ampia e complessa delle opportunità e degli aspetti critici del settore in Italia rispetto al resto del mondo. Soprattutto ci siamo chiesti perché l’Italia, da sempre patria della bellezza, versi in una situazione di crisi. La risposta è unanime.

Il motivo principale consiste nel fatto che si paga l’aver perso l’attrattiva degli investitori mondiali i quali hanno preferito portare i propri capitali in paesi come Inghilterra, Stati Uniti e mercati orientali emergenti, che presentano una maggiore stabilità economica e attenzione per la protezione dei capitali privati e dell’iniziativa del singolo. Inoltre si paga pure il fatto che il vecchio continente, e l’Italia in primis, conservino norme che non favoriscono gli scambi commerciali. Quindi «il mercato dell’arte italiano rimane un mercato interessante con un elevato grado di sensibilità artistica” ma non si fa nulla per tornare ad essere il luogo principe per gli scambi di opere d’arte.  Ci sembra quindi di poter affermare che il nostro paese potrà tornare ad avere un ruolo di primo piano a livello mondiale solo quando deciderà, anche con iniziative normative coraggiose, da un lato di rendere agevole ed allettante investire in arte (per esempio rendendo possibile esportare in modo semplice opere d’arte, favorendo le transazioni in questo settore, eliminando quasi la tassa sull’importazione, consentendo di avere dei bonus in caso di investimenti in arte), dall’altro favorendo il mecenatismo di imprenditori illuminati. Ovviamente ciò sarà difficile fino a quando il nostro mercato sarà instabile.

Stefano Contini

Si afferma che il mercato d’arte italiano non sia al livello di quello delle piazze di Londra e New York. Cosa ne pensa?

L’Italia ha avuto 6/7 anni in cui il mercato è stato molto depresso. Per quanto mi concerne tuttavia l’80% del fatturato proviene da vendite effettuate all’estero e quindi non ho risentito molto di queste difficoltà.

In ogni caso posso serenamente e felicemente asserire che il mercato italiano ha avuto un risveglio dovuto in parte ad un’effettiva ripresa economica ed in parte alla perdita di fiducia degli investitori nei prodotti bancari, che hanno dato negli ultimi anni poca serenità. Soni quindi ottimista sulle sorti del mercato italiano e vorrei anche incoraggiare i giovani galleristi ad avere fiducia su questa ripresa.

La normativa italiana di settore ha inciso su queste difficoltà?

La normativa italiana ed in parte quella europea in materia di compravendite di opere d’arte è suicida. Innanzitutto l’IVA è altissima (quella italiana è la più alta d’Europa) ed il diritto di seguito dovrebbe essere rivisto. È impensabile che un gallerista che acquisti un’opera d’arte anche ad un prezzo elevato oggi e lo rivenda fra pochi giorni debba pagare due volte il diritto di seguito. Nelle compravendite di opere d’arte ci sono passaggi di denaro di notevole importo e c’è una tassazione d’impresa. Lavorando con artisti internazionali sono spesso costretto a pagare più volte il diritto di seguito e pago tasse più elevate rispetto ad altri paesi come gli Stati Uniti. Conseguentemente, lavorando in concorrenza con importanti gallerie straniere per essere competitivo devo ridurre, rispetto a loro, in modo notevole il mio margine. Si pensi alla concorrenza con gallerie statunitensi che non hanno tasse di importazione e non conoscono il diritto di seguito. Rispetto a questi competitor quindi una stessa opera costa molto di più a me che a loro ed il margine si riduce in modo notevole.

Quanto al confronto con altri mercati europei, ritengo che quello londinese sia il più interessante non solo e non tanto per una differenza della normativa fiscale quanto perché a Londra, per vari motivo socio-economici, si sono concentrate notevoli capitali (si pensi alle immigrazioni di capitali russi ed arabi) e gli investimenti, anche in opere d’arte, sono quindi di diverso livello.

Quanto agli altri Paesi Europei l’Italia paga comunque, come sopra accennato, una normativa più restrittiva e penalizzante.

In ogni caso il mercato dell’arte italiano rimane un mercato interessante con un elevato grado di sensibilità artistica. Il medio-collezionista italiano è un grande collezionista, siamo un popolo con maggiore sensibilità e cultura artistica. Infatti, non si può parlare di grandi piazze statunitensi o inglesi ma della piazza di New York e di quella di Londra quindi di due città nelle quali ci sono importanti transazioni economiche. In Italia invece il mercato dell’arte è distribuito su tutto il territorio nazionale perché gli italiani sono collezionisti.

Quali quindi le soluzioni normative per rendere più competitive le piazze italiane?

Si tratta innanzitutto di agire a livello europeo per rivedere la normativa del diritto di seguito. Suggerisco su questo punto di creare una zona di esenzione da questo tributo per le vendite di opere d’arte effettuate dall’operatore professionale nei 3 anni dall’acquisto. Questo incentiverebbe l’attività delle gallerie europee rendendole competitive con quelle del resto del mondo.

La ratio del tributo è quella di far partecipe l’artista del futuro successo se le compravendite sono ravvicinate non c’è questa esigenza.

Inoltre, sempre in un contesto europeo, è necessario abbassare l’IVA.

A livello nazionale invece il legislatore deve adeguare la normativa a quella europea. I competitor europei hanno vantaggi sia in materia di IVA (soprattutto sulle importazioni) sia di diritto di seguito e godono di maggiori facilitazioni nelle transazioni e nella circolazione delle opere.

Sonia Farsetti

Il mercato delle aste in Italia non è ancora a livello di ciò che accade all’estero. È davvero tutta colpa del peso dello Stato che da noi si sente di più o ci sono altri motivi sostanziali?

Non credo che sia esclusivamente conseguenza dell’impianto normativo vigente in Italia. Le cause del minor volume delle transazioni d’opere d’arte nel nostro paese rispetto a certi mercati esteri vanno ricercate non solo nelle disposizioni normative italiane, che certamente non agevolano gli scambi, ma anche nel sistema economico in senso lato. New York e Londra sono    luoghi dove convergono capitali più consistenti rispetto all’Italia, sono mercati che attraggono collezionisti, acquirenti e venditori internazionali   e l’Italia per ragioni storiche, economiche e sociali non ha mai richiamato   questi investitori, come d’altra parte è accaduto in tutti i paesi del vecchio continente. Neanche Parigi, che è stata la capitale culturale e artistica internazionale a cavallo tra l’800 e il ‘900, è arrivata a competere con Stati Uniti e Inghilterra. Oggi assistiamo all’affermazione dei mercati orientali; Shangai ed Hong Kong sono i veri competitor internazionali e con questi dovranno confrontarsi i mercati d’oltre Manica e d’oltreoceano.   Per tornare all’arte italiana è innegabile che questa sia stata isolata entro confini domestici. La protezione del patrimonio culturale è stata interpretata come protezionismo il che non ha giovato alla «promozione» del nostro patrimonio così come indicata dalla Costituzione.

Inoltre, ciò che ha reso importanti certe piazze sono state anche le grandi collezioni private, i grandi magnati dell’industria e della finanza che un po’ per passione un po’ per vanità hanno accumulato opere d’arte, opere che poi sono in buona parte tornate sul mercato. L’Italia in questo, specie nel secolo passato, ha avuto un ruolo molto marginale.

Si aggiunga che, oltre alle forti restrizioni all’esportazione, in Italia vige la tassa d’importazione più alta d’Europa (10% sull’intero valore) il che non invoglia all’acquisto di opere che vengono da fuori UE.

Purtroppo, in Italia è difficile sia vendere a uno straniero che comprare da uno straniero, e il mercato interno ne soffre.

Per quanto riguarda ancor oggi l’esistenza di difficoltà normative nelle esportazioni, sicuramente la nuova modifica del Codice dei Beni Culturali che ha innalzato la soglia temporale delle opere esportabili liberamente a 70 anni (è sufficiente un’autocertificazione che ne dichiari l’età), ha reso un po’ più agevoli gli scambi.  In più sono stati individuati i nuovi criteri per valutare la necessità di sottoporre un bene al vincolo di notifica, che hanno ristretto le maglie di discrezionalità delle Soprintendenze e che dovrebbero portare a valutazioni più uniformi e meno soggettive.

IVA e diritto di seguito sono due battaglie che ANCA sta combattendo da tempo. Cosa dovrebbe succedere perché le cose possano cambiare?

Ciò che si poteva fare per il diritto di seguito è stato fatto in sede comunitaria con tavoli di lavoro che hanno portato alla normativa esistente. Almeno per quanto riguarda le case d’asta per ora non c’è molto da fare. Peraltro, con l’uscita dalla Comunità Europea dell’Inghilterra, è uscito il paese che con maggior forza si opponeva al diritto di seguito.

Quindi, a meno che non cambi l’orientamento del Parlamento europeo, in seguito a necessità di tutelare il mercato interno rispetto ai mercati internazionali che non applicano il DDS, per ora non resta che applicarlo nella sua attuale stesura.

In ogni caso personalmente non sono contraria al diritto di seguito tout court ma al modo in cui spesso è applicato. Ciò che trovo aberrante è che venga tolto all’artista il diritto, almeno in Italia, di potersi tutelare in prima persona e di poter beneficiare dell’intero ammontare del DDS, e che debba, necessariamente, passare attraverso la Siae, che prende una commissione e agisce in regime di monopolio. Uno scrittore o un musicista hanno maggior libertà di gestire i proventi della loro creatività, cosa che è negata all’artista visivo, e questo a parer mio lede i suoi diritti costituzionali.

Aste online. Sembra imprescindibile parlarne. Sono il futuro del mercato? Quali modifiche degli aspetti normativi è necessario sostenere perché possa esserci certezza negli scambi e fluidità delle transazioni?

Ad oggi il valore dei singoli lotti venduti tramite aste online è medio-basso, sta però aumentando il numero di piccole case d’asta che vendono opere con questo mezzo.

Difficile prevedere se il futuro delle aste sarà esclusivamente online, ma per ora ne siamo distanti.

Nelle aste tradizionali, cioè che si svolgono di fronte al pubblico, ci può essere anche partecipazione online, ma si tratta di un servizio accessorio, così come la partecipazione telefonica o la commissione scritta. L’asta è una forma di spettacolo, la partecipazione del pubblico è necessaria e ne garantisce trasparenza.

Per quanto riguarda il diritto di recesso dagli acquisti fatti online, questo non è ammesso se si tratta della partecipazione telematica ad un’asta tradizionale che svolge dinanzi a un pubblico. Registrandosi si accettano le condizioni di vendita dell’asta esattamente come se si fosse presenti in sala. Diversamente può accadere per le aste che si svolgono solo online ove effettivamente ci può essere un problema di diritto recesso.

Al momento la legislazione presenta delle lacune, non riuscendo a stare al passo con le continue rivoluzioni tecnologiche.

Altro aspetto da approfondire e che merita molta attenzione da parte del legislatore è l’acquisto di opere d’arte su piattaforme tipo e-bay. A questo genere di scambi, ad esempio, non si applica il diritto di seguito poiché, trattandosi di una piattaforma ove si incontrano due privati (acquirente e venditore) non è presente la figura dell’operatore commerciale che, ai sensi della legge sul DDS, è tenuto a fare la dichiarazione e versare il diritto.

Privacy e antiriciclaggio sono una garanzia o un freno?

Assolutamente una garanzia. Quanto alla privacy c’è solo da stare attenti a non esagerare con gli adempimenti burocratici richiesti alle aziende. Circa l’antiriciclaggio, maggiore trasparenza significa maggiore fiducia negli scambi e   questo è senz’altro positivo per il mercato dell’arte.

1 Gallerista Internazionale con sedi in Venezia e Cortina

2 Presidente ANCA – Associazione Nazionale Case d’Asta

 

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