La fondazione come osservatorio

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Riccardo Rossotto

ÆS: La sua storia parte dagli studi di Economia e Commercio e dalla passione per l’arte e il collezionismo per approdare, fondendo le sue due anime, alla Fondazione che rimane comunque altro rispetto alla collezione. Qual è stato il momento in cui è scattato il desiderio di evolversi, di raddoppiare verrebbe da dire, e perché si è scelto lo strumento giuridico della Fondazione?

PS: Io nasco a Torino, mi laureo in economia e commercio, lavoro in un’azienda di famiglia, mi sposo e ho due figli. Scopro l’arte contemporanea successivamente. Un viaggio a Londra nel ‘92 con un’amica collezionista mi porta a scoprire l’arte contemporanea. Quello era un momento in cui Londra era particolarmente vivace, c’era la Young British Generation, e quindi era un momento fantastico per scoprire quest’arte ed andare a visitare gli studi degli artisti. Alla fine degli anni 80 i prezzi erano alti ma all’inizio degli anni 90 questi sono scesi. Quando mi trovai a Londra le gallerie erano più in difficoltà quindi questi galleristi, che magari pochi anni prima non mi avrebbero considerata, aprivano le porte dei loro depositi e mi facevano vedere delle cose veramente belle oltre ad avere il tempo di portarmi a visitare gli studi degli artisti.

Inizio così a collezionare molta arte inglese. Ricordo ancora oggi la visita allo studio di Anish Kapoor. L’arte contemporanea infatti dà questa fantastica opportunità di frequentare gli artisti, conoscerli, frequentare i loro studi e creare rapporti anche di amicizia e così, infatti, molti di loro sono diventati amici per la vita.

Penso che la mia sia una collezione generazionale. Ho iniziato ad acquistare che avevo una trentina d’anni e a collezionare artisti coetanei, che avevano tra i 25 e i 35 anni.

La mia è stata una grande crescita interiore, non ho mai vissuto il collezionismo come un investimento. Certo, cercavo di non sprecare i soldi però non ho mai pensato “questo quadro si può rivalutare”. Parliamo comunque di anni in cui gli artisti costavano, in quanto l’arte contemporanea è sempre stata cara, però erano abbordabili. E così inizio a comprare arte.

All’inizio la mia collezione era strutturata per filoni. Ho iniziato a comprato molta arte inglese. Successivamente sono andata a Los Angeles e ho scoperto molti artisti losangelini quindi ho iniziato anche li a visitare gli studi degli artisti (Dagan, Charlers Ray, Paul McCarthy). È stata un’altra esperienza bellissima, i miei viaggi mi arricchivano personalmente molto e ho iniziato a comprare questi artisti.

Poi ovviamente vivendo in Italia c’è stata molta attenzione per gli artisti italiani. Con Maurizio Cattelan abbiamo solo un anno di differenza ed è un artista con cui sono cresciuta, così come con la generazione di artisti di quegli anni. L’arte povera invece è un’arte che non ho nella mia collezione perché quando ho iniziato a collezionare, nel ’92, quegli artisti erano già nei musei ed erano cari.

Amo inoltre molto la fotografia quindi ho iniziato a comprare pure questo media. Se tutta la mia collezione parte dell’85 circa, per la fotografia decido di andare più indietro e di comprare dagli anni 1830/40. Quella della fotografia è l’unica parte della collezione che non è solo contemporanea.

Il quinto e per me fondamentale filone è stato quello delle donne. Questo mio conoscere alcune galleriste, come per esempio Barbara Gladstone, mi ha fatto realizzare che negli anni ‘90 essere artista e donna era molto complicato, i prezzi erano diversi. Anche oggi è un po’ così. Il 24 luglio ho presentato una parte di questa collezione e abbiamo fatto una ricerca: ancora i prezzi delle artiste a livello di mercato sono doversi da quelle dei colleghi maschi. Nel 2004, per esempio, abbiamo fatto una mostra di solo artiste di collezioni italiane di donne e abbiamo capito che le donne collezionano anche le donne mentre gli uomini meno. Qualche anno fa abbiamo fatto uno studio dal quale risulta che nei grandi musei americani la presenza di artiste donne è solo del 20%.

Negli anni 2000 invece non ha avuto più senso collezionare per filoni.

Il mondo dell’arte è diventa veramente globale. La mia collezione quindi evolve ed oggi dialoga con artisti di tutto il mondo. In collezione ho molti video, oggi se ne vedono meno.

Oggi siamo nel mondo della post fotografia, è tornata la pittura. Le tematiche sono cambiate ed il mercato si è adeguato tuttavia ho sempre fatto molta attenzione a comprare ciò che mi interessa.

Dico sempre che non compro nomi ma opere. Io ho sempre cercato di non comprare opere per decorare casa ma sono interessata a temi politici e sociali. Questo è il modo in cui negli anni ho costruito la collezione.

Il rapporto diretto che ho costruito con gli artisti mi ha portato a voler fare sempre di più. Ad un certo punto ho sento il desiderio non solo di collezionare ma anche di partecipare. Viaggiando anche all’estero mi sono accorta che in Italia per l’arte contemporanea c’era poco e quindi ho deciso di costituire una fondazione perché volevo fosse chiaro che non intendevo aprire una galleria. Anche viaggiando per il mondo mi accorgevo che la fondazione, proprio per il fine no profit, era lo strumento più efficace per dialogare con i musei.

RR: Abbiamo quindi scelto di avvalerci dello strumento della Fondazione per via della connotazione in un certo senso “pubblicistica” della stessa, che in quanto tale meglio rispecchiava il nostro intento prettamente filantropico di sostenere e promuovere, attraverso la gestione delle opere rappresentanti la dotazione della Fondazione, attività culturali legate al mondo dell’arte. Invero, gli altri strumenti a disposizione non ci avevano dato l’impressione di consentire di ottenere la voluta messa a disposizione della collezione al pubblico ed al servizio della collettività.

PS: Il lavoro portato avanti dalla Fondazione in questi 23 anni è stato soprattutto di committenza. Ciò che è sempre mancato in Italia forse è stato il lavoro con i giovani artisti permettendo loro di realizzare le loro opere.

Con la fondazione mi sono concentrata quindi sulla committenza e sull’attività educativa di artisti, curatori e visitatori. Anche a livello internazionale oggi c’è da lavorare molto sulla committenza.

ÆS: In tutto il mondo la direzione verso cui stiamo procedendo nel campo delle attività no-profit porta alla ricerca di una sostenibilità economica sempre più svincolata dal contributo pubblico e dettate, di converso, da una maggiore imprenditorialità degli enti. In Italia questo è il senso della riforma in atto: la Fondazione come sta affrontando questo tema? La normativa esistente in Italia, a confronto con quella straniera, aiuta l’iniziativa del privato-mecenate o scoraggia l’intervento del singolo?

RR: La nostra Fondazione si sta muovendo e ha già ottenuto pregevoli risultati nel cercare di “fare sistema” con altre fondazioni di scopo e di natura simile alla nostra e cioè Fondazioni concentrate sull’arte contemporanea. Abbiamo infatti con successo proposto una forma di aggregazione (Fondazioni di II livello) alle Fondazioni più note e più vicine al nostre sentire, costituendo a fine 2014 il Comitato per le Fondazioni di Arte Contemporanea, che ha subito generato grande interesse sia del settore sia come referente del MIBACT, tanto da rappresentare il punto di riferimento a mezzo della creazione di uno steering committee apposito tra il Ministero e il Comitato per la discussione, promozione e sensibilizzazione dei temi e di iniziative di arte contemporanea in Italia.

Il progressivo allontanarsi dell’impegno statale per quanto attiene alla cultura in genere e all’arte in particolare è innegabile. Per quanto attiene alle normative di incentivazione all’iniziativa privata e quindi a favorire il mecenate nella sostituzione del sostegno privato al precedente sostegno pubblico, l’Italia ha sicuramente compiuto dei passi avanti. Basta citare nel 2014, del c.d. “Art Bonus”, il credito di imposta previsto a vantaggio dei donatori per favorire e incentivare le erogazioni liberali finalizzate alla preservazione, restauro di monumenti pubblici o di istituti di cultura quali musei, biblioteche, archivi, aree e parchi archeologici, complessi monumentali, fondazioni lirico-sinfoniche …

Di sicuro interesse anche se tuttora in fase di sviluppo è poi l’interessantissimo tentativo di trasformazione degli istituti italiani di cultura in Italian Councils, poli di attrazione di iniziative private e pubbliche sulla promozione della cultura italiana all’estero. Non c’è dubbio tuttavia che tantissimo bisogna ancora fare e che siamo un Paese che rivolge massimamente le proprie attenzioni e le poche risorse che alla preservazione dell’arte classica piuttosto che nella promozione di iniziative su arte e cultura contemporanea.

PS: Quindi il rapporto privato/pubblico in Italia esiste. Ho investito molto sul comitato delle fondazioni poiché credo fortissimamente alla collaborazione tra le fondazioni e le istituzioni. Certamente siamo nati in un momento particolarmente fortunato in quanto da parte del ministero c’è stata sempre molta collaborazione, tuttavia l’impegno nell’Italian Council avrà come fine esclusivo quello di aiutare i giovani artisti italiani.

Sottolineo poi che è importante mettere a sistema le fondazioni perché nell’arte contemporanea molto negli anni è stato fatto da parte dei privati e molto rimane da fare. Infatti se si pensa che il museo Maxxi è nato solo nel 2010, negli anni 90 nell’arte contemporanea il privato ha svolto un ruolo importante.

Quanto ad un confronto con gli stati limitrofi questo contributo del privato in Spagna per esempio quasi non c’è ed è scarso pure in Francia.

ÆS: La vostra esperienza è di rango internazionale. Siede nei board di importanti istituzioni straniere, è una profonda conoscitrice del mercato mondiale e ha da poco più di anno costituito la Fondazione Sandretto Re Rebaudendo Madrid. Quali differenze vedete con il panorama italiano nel rapporto pubblico/privato, nell’attenzione al collezionismo, nelle agevolazioni all’arte? In altre parole, cosa dovremmo “importare” in Italia e, al contrario, cosa ci invidiano all’estero? E sempre a proposito della Fundacion che ambiente trova in Spagna chi desidera percorrere la strada della Fundacion?

RR: Mi ricollego a quanto già detto sul tema della ridotta attenzione italiana alle questioni di arte contemporanea. Mi rendo conto che quando interi pezzi di storia, come ad esempio Pompei, rischiano di andare perduti, l’attenzione e l’urgenza è rivolta a quelli.

Tuttavia nell’esperienza internazionale ho avuto modo di verificare come il sistema paese quando non è direttamente pronto ad incentivare o sostenere nuove iniziative su cultura e arte contemporanea quantomeno lascia grande spazio all’iniziativa privata offrendo supporti strutturali, come ad esempio spazi pubblici non altrimenti utilizzati o incentivi ai finanziatori/mecenati che intendano mettere risorse proprie al servizio di una nuova iniziativa culturale, senza parlare poi delle imprese di cultura all’estero dove all’iniziativa culturale viene spesso correlata e ad allo stesso modo sostenuta la proposta commerciale che non è fine a sé stessa cioè all’ottenimento di un profitto, ma ottiene importanti incentivazioni e sgravi fiscali se utilizzata e reindirizzata al sostegno di nuove iniziative culturali.

La mia impressione è che il sistema Italia su questo fronte sia in forte ritardo.

PS: Quanto alla scelta di aprire una fondazione spagnola ad un certo punto ho sentito che potevo raccontare anche altrove la mia esperienza filantropica. Ho considerato Londra, ma vi sono già altre realtà simili, Berlino, Lisbona e pure la Cina. Poi è stato per me naturale guardare alla Spagna dove c’è molto da fare. Ci sono musei e gallerie ma mancano forme filantropiche di rapporti pubblico/privato nell’arte contemporanea.

Ho visto l’area del mattatoio di Madrid e mi è piaciuta.  Il Comune di Madrid aveva già fatto lavori per rivalutare l’area sud della città e del mattatoio in particolare e quando ho visto lo spazio mi sono innamorata della zona. Ho chiesto al Comune se vi era interesse ad una collaborazione e abbiamo lavorato ad una convenzione tra il 2015 ed il 2017. Abbiamo quindi costituito una fondazione spagnola ed un accordo che ci consente di avere in affidamento lo spazio per 50 anni. Nel frattempo, lo stiamo ristrutturando. Non so se l’avventura sarà facile o difficile ma confido che con l’esperienza raggiunta lavoreremo bene.

ÆS: La gran parte delle mostre sono organizzate grazie al contributo di opere appartenenti a privati. Il prestito delle opere, però, è a volte giudicato da parte dell’Agenzia delle Entrate, come un atto volto all’aumento del valore delle opere e, di conseguenza, un atto che potremmo definire pre-commerciale. C’è una doppia visuale, da organizzatori di mostre e da collezionisti: cosa dobbiamo fare per non frenare questi prestiti che, invece, sono esattamente il contrario ossia gesti di pura generosità volti alla fruizione pubblica?

RR: Ho assistito negli anni alla evoluzione, o meglio involuzione, del trattamento fiscale riservato ai collezionisti. Mi sono chiare le esigenze dello Stato di fare cassa in ogni occasione possibile, ma mi è altrettanto chiaro che siamo passati da una normativa che garantiva una chiara e netta differenza tra il trattamento fiscale riservato al mercante d’arte e quello riservato al collezionista che non professionalmente, anche se non occasionalmente, vendeva un’opera della sua collezione. Mentre mi sembra naturale che chi opera nel mondo dell’arte co fini puramente commerciali e speculativi abbia lo stesso trattamento di chi gestisce una qualsiasi altra attività di impresa, ritengo che sia un forte disincentivo e grandemente penalizzante assimilare il collezionista ad uno speculatore.

Oltretutto il consolidamento di un’interpretazione che “punisca” chi offra in prestito (gratuito) le proprie opere d’arte rendendole fruibili al pubblico a mio avviso causa certamente più danni in termini economico-culturali di quanti benefici ne possa trarre lo Stato dall’eventuale assoggettamento della vendita dell’opera al regime delle plusvalenze. Ciò in quanto molte delle persone disposte a dare corso a simili prestiti rinunciano a farlo.

ÆS: Parliamo del Comitato Fondazioni Arte Contemporanea, una idea per la promozione dell’arte contemporanea. A quattro anni dalla sua costituzione ci potete fare un resoconto delle attività del comitato anche in relazione al protocollo firmato con il MIBACT? Quali obiettivi e quali vantaggi per il sistema arte italiano possiamo attenderci?

RR: Come ho accennato poc’anzi, nei primi mesi della sua attività il Comitato ha innanzitutto fatto una fotografia e mappatura delle problematiche che si presentano a chi gestisce una fondazione privata operante nel mondo della cultura sia dal punto di vista organizzativo, sia dal punto di vista finanziario e fiscale. Sono state poi promosse alcune iniziative volte a valorizzare il circuito delle fondazioni attraverso l’organizzazione di mostre e rassegne.

Grazie al grande seguito ricevuto dal Comitato da parte delle più importanti fondazioni di arte italiane e l’impegno profuso dal Comitato, dopo poco – e precisamente nel giugno del 2015 – è stato sottoscritto con il MIBACT il Protocollo di Intesa avente lo scopo di facilitare i rapporti tra la parte pubblica e la parte privata nel settore delle attività tese alla valorizzazione del nostro patrimonio artistico e culturale, che ha grandissime potenzialità inespresse. Nell’ambito del Protocollo d’Intesa è stato previsto uno Steering Committee che ha individuato tre filoni di attività riguardanti (i) lo sviluppo di un progetto nelle periferie disagiate dei grandi centri urbani finalizzati a rendere l’arte contemporanea fruibile ad un novero più ampio di soggetti; (ii) lo sviluppo di una piattaforma di proposte per rivedere il sistema delle agevolazioni di natura fiscale in favore della cultura nel suo complesso; (iii) lo studio della possibilità di trasformare gli Istituti italiani di Cultura, ormai esangui strumenti di promozione del sistema Italia sotto l’egida del Ministero degli Esteri, in enti che possa occuparsi della promozione della cultura italiana complessivamente intesa all’estero, sul modello del British Council (gli Italian Councils).

L’obiettivo primario che si prefigge il Comitato, con il supporto delle istituzioni pubbliche, è la promozione della cultura – in particolare quella dell’arte contemporanea – in Italia nonché la promozione della cultura italiana e dell’arte contemporanea italiana all’estero.

Laddove si riesca a procedere sulla strada intrapresa e dare corso ai progetti individuati dallo Steering Committee penso che il sistema arte contemporanea italiano possa trarne grandi benefici, soprattutto in termini ampliamento del mercato dell’arte nel suo complesso.

ÆS: Per tentare di portare i capitali stranieri in Italia e far sì che i privati tornino a comprare nel nostro paese, elevando la nostra piazza al livello di quella newyorkese o di Londra, cosa si deve cambiare affiche i grandi collezionisti trovino casa qui accanto a Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.

RR: I valori dell’arte contemporanea espressi nei mercati di Londra e New York sono assolutamente eccezionali. Non credo si possa sperare di eguagliarne il livello in tempi brevi. Senza dubbio, tuttavia, si può fare moltissimo per incentivare investitori e mecenati stranieri a interessarsi di compravendite di arte contemporanea e non in Italia, come pure di iniziative di promozione della cultura e dell’arte contemporanea senza fini di lucro. In questo senso potrebbe essere utile:

  1. a) conferma ed espansione art bonus anche a beni culturali privati vincolati (cioè non vendibili senza prelazione dello Stato e comunque non esportabili);
  2. b) sgravi fiscali assimilabili a quelli garantiti ad aziende che fanno ricerca e sviluppo per aziende che investono in progetti culturali;
  3. c) lancio di una free port area in Italia, assimilabile a quella esistente in Lussemburgo dove gli scambi e le compravendite di oggetti d’arte sono esenti da imposte finché i beni non escono da tale area. Questo progetto sarebbe di sicura attrazione ed interesse per gli operatori internazionali (si pensi a depositi moderni di opere d’arte che garantiscono la preservazione dell’integrità dell’opera stessa sia per sicurezza sia sotto il profilo materiale, ad es. depositi in assenza di ossigeno per evitare incendi o aggressioni di batteri corrosivi), delle assicurazioni specializzate che troverebbero concentrazioni di valori e quindi suddivisioni del rischio con l’influenza di specializzazione e riduzione dei premi; per non parlare della trasparenza che un’iniziativa come quella della free port garantirebbe, dove solo le operazioni segnalate ed autorizzate sarebbero preservate da rilevanza fiscale e/o accertamenti, dando così una grandissima pressione all’emersione di tutto il mercato sommerso delle opere d’arte che è un’altra delle grandi lacune del nostro piccolo paese;
  4. d) Combinazione del regime fiscale riservato ai neo-residenti con gli investimenti nel settore dell’arte e cultura.

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