Essere trasparenti per non essere invisibili: da dove passa l’affermazione del lavoro artistico

La necessità di una rappresentanza giuridica per gli artisti visivi è un fatto reale: non può esserci riscontro economico e lavorativo se non si viene percepiti come portatori di valore. Senza la percezione di questo valore, che passa in primo luogo dalla definizione di ciò che si è, diventa difficile poter emergere. Questo processo, per contro, obbligherà gli artisti a delle scelte radicali e nette.

Non possiamo nascondere il fatto che il sistema dell’arte – la sua filiera che parte dagli artisti e comprende gallerie e case d’asta per sfociare nel collezionismo – non ha mai sconfessato del tutto pratiche opache e gestioni delle transazioni che possiamo definire poco ortodosse.

Questo fa sì che nel momento in cui si manifestino necessità non si possa pretendere un dialogo proficuo con le istituzioni creando, oltretutto, un cortocircuito, per cui risultano meritevoli di tutela le attività culturali, ad esempio, i luoghi espositivi o addirittura le visite guidate in quei luoghi, e non chi quei musei li riempie delle proprie opere o chi, con il proprio mestiere, ha contribuito alla crescita degli artisti e con loro della cultura e della sua economia.

Serve quindi il coraggio di rivendicare i propri diritti, ma ciò può avvenire solo a fronte di una trasparenza nella propria condotta e a una netta scelta di campo.

È indubbio che l’attività degli artisti visivi così come tutta la filiera che ne discende abbiano caratteristiche peculiari e uniche e che quindi necessitino di un percorso regolamentare autonomo ma questo non toglie che un percorso chiaro e normato sia necessario così come altrettanto necessario sia abbandonare strade naïf e fai da te che, come di tutta evidenza, si rivelano nel tempo un pericoloso boomerang.

Non si leggono molte autocritiche da parte di un sistema, quello dell’arte contemporanea, che lamenta poche attenzioni da parte della politica ma che reclama a gran voce il proprio ruolo di impresa e professione culturale senza però fare davvero ciò che comporta tale definizione.

Un imprenditore studia il mercato, analizza i processi, si mette costantemente in dubbio e cerca, ogni giorno, ogni giorno, di migliorare. Come i professionisti che conoscono bene le incertezze e al pari degli imprenditori devono lavorare per produrre competenza e valore.

Una buona fetta degli artisti, poi, dichiara di vivere alle soglie della povertà e/o che sopravvive grazie ad altri lavori. Da questo possono scaturire diverse riflessioni. La prima è insita nella creatività che può essere trasposta dalla creazione artistica a quella fiscale e che tradotta in un colore significa nero. O in alternativa, e per certi versi è pure peggio, è una indicazione grave del fatto che quell’arte non interessa a nessuno. Ammesso che sia tutta arte. Che nessuno o troppo pochi ne percepiscono un valore tangibile. Certamente il prezzo non è la misura che può quantificare l’immateriale insito in un’opera ma certamente rende l’idea dell’interesse suscitato.

Da qui anche un’ulteriore riflessione: è così illogico chiedersi se tutto ciò che gli artisti producono abbia valore e quand’anche lo abbia perché all’esterno questo valore non traspare? E ancora: dov’è la cultura nell’acquisto di un’opera d’arte? È così illogico pensare che non tutto sia arte a partire dai circo che ruota attorno a questo incredibile mercato? Proviamo a pensare agli opening senza buffet e forse troveremo la risposta.

Richieste come un reddito di base incondizionato su che basi reali si posano? Perché agli artisti (posto di riuscire nell’impresa impossibile di definirli) e non agli attuari. O ai maghi e ai fisioterapisti. Chi fa cultura deve chiedersi costantemente: ‘per chi sto facendo tutto questo?’. Questo vale per gli artisti, responsabili primi del proprio messaggio. Ma vale anche per gli intermediari quando si dichiarano operatori culturali perché senza questo rimangono semplici e dignitosi commercianti. Vale per i collezionisti che troppo spesso si fanno élite dimenticando che non è l’accumulare opere che rende grandi.

Il valore dell’arte, in tutta la sua filiera, passa dalla sua capacità di trasmettere messaggi, di porre interrogativi, di fare politica, essere specchio sociale e il suo esatto contrario. Passa anche dall’ascolto che suscita, dal dialogo con l’altro, dal rapporto capace di instaurare. Perché senza questo è solo un monologo recitato da soli in casa propria, un quadro in un caveau, musica in una camera anecoica. Non arte ma inutile egocentrismo.

È vero, per un malcostume tutto italiano il concetto di retribuzione del lavoro è stato, per così dire, reso più sfumato, effimero, non sempre necessario fino a far scrivere duramente a Goffredo Fofi che “la sopravvalutazione del lavoro culturale è, nei nostri anni, la mistificazione di un’idea della cultura, la cultura che il potere e i suoi amministratori considerano uno sfogo assai utile alla perpetuazione del dominio, al governo senza rischio delle persone e delle cose perché essa produce la supinità (e stupidità) dei sudditi. Le “tribù” di chi pretende “creare” arte o cultura o di chi è sollecitato a fruirne – per esempio “la tribù dei lettori” – sono un aspetto essenziale del conformismo di questi anni, opportunamente manipolato. Non si tratta dunque, per noi, oggi, di ri-valutare il lavoro non intellettuale (ammesso che ne esista uno!) quanto di ri-valutare l’intelligenza degli individui e dei gruppi, chiamandoli a pensare e ad agire, nei fatti, per la liberazione propria e di tutti”[1]. Si tratta di distinguere cosa ha valore e cosa no e quel valore retribuirlo con un giusto compenso. Sempre.

Essere contemporanei ha a che fare con il futuro. Troppo spesso, invece, appare legato al passato. Anche in questo la crisi diventa opportunità, duplice, di smarcarsi da una strada che non ha dato grandi frutti se non per pochi. Da un lato quella di rimarcare la crescita degli artisti, degli operatori culturali, della loro organizzazione frutto di una obbligatoria visione, della professionalità che si traduce in chiarezza nei rapporti lavorativi con tutto il mondo che ne ruota intorno. In una richiesta di trasparenza che sostituisca l’invisibilità e che permetta a nuovi artisti e nuovi collezionisti di crescere.

Dall’altro quello di una crescita delle proposte culturali che va di pari passo alla crescita professionale. Perché, sempre partendo da una analisi del testo di Strindberg commentato da Fofi, qualcuno giustamente ha scritto che “la professionalità è quella che cerchiamo tutti, e ci lamentiamo a gran voce di non essere retribuiti (e/o di non esserlo abbastanza) per le articolesse al vetriolo, per la plaquette poetica di bassa tiratura, per la presentazione completa d’intervista all’autore patinato, ma siamo davvero sicuri di saperci interrogare con serietà sulla fondatezza delle nostre operazioni culturali? Se la risposta a questa domanda, pure apparentemente semplice, è sì, trovo inutile indugiare sul termine “sopravvalutazione”. Se la risposta è ancora no, possiamo ricominciare a leggere Strindberg”[2].

@Fr.Br.

(Le opere dell’immagine sono di Claudia Maina)

[1] Strindberg A., 2012, Sopravvalutazione del lavoro culturale, prefazione di Fofi G., Edizioni dell’asino, Roma

[2] https://scrittoriprecari.wordpress.com/2013/11/27/sopravvalutazione-del-lavoro-culturale/#more-9120

 

Proposte per lo sviluppo e la crescita del mercato dell'arte
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