Fundraising innovativo per nuove politiche culturali

 

Questo articolo di Irene Sanesi e Franco Broccardi è stato pubblicato su Artribune

L’emergenza creatasi con il Coronavirus ha fatto emergere, come tutti riconoscono, ferite aperte e questioni che da tempo attanagliavano il settore culturale e che in molti, per scelta o incoscienza, hanno sottovalutato e/o rinviato. Le politiche culturali hanno così l’occasione di ripensarsi provando a cambiare rotta, di immaginare il futuro in chiave strategica senza limitarsi alla fase emergenziale, piuttosto guardando oltre. In questa prospettiva può assumere un ruolo centrale il tema della raccolta fondi in chiave strategica.
Innanzitutto, una prima necessità sarà quella di interrogarsi sulle dimensioni e la struttura delle istituzioni culturali italiane, provando a superare logiche “amministrative” per riflettere sulle potenzialità di reti e operazioni cosiddette (tecnicamente) straordinarie quali fusioni, scissioni, trasformazioni, peraltro sdoganate anche dalla Riforma del Terzo Settore.
Piccolo non sempre corrisponde a bello e certamente non sempre significa adeguato ad affrontare le sfide di un futuro che richiederà al settore culturale organizzazione, imprenditorialità, visioni strategiche e sostenibilità che potranno essere affrontate, senza approcci riduzionistici, solo da soggetti complessi e strutturati.
Il tema poi della raccolta fondi in chiave strategica e innovativa rappresenta senza dubbio uno dei temi più interessanti e attuali, una tra le sfide fondamentali e possibili. Fundraising significa cercare non solo soldi (peraltro sotto varie specie oltre a quella monetaria: economica, patrimoniale, ecc.), ma anche, soprattutto, relazioni. Fundraising significa non soltanto impegnarsi per una singola buona causa, quanto per strutturare una squadra che se ne occupi strategicamente. Fundraising significa, mai come in questo periodo, saper innovare.
È proprio su questo passaggio che vorremmo soffermarci per presentare due piste di lavoro che aprirebbero sviluppi inattesi verso un mercato interno e uno internazionale.

L’Art Bonus si applica al momento per le erogazioni liberali in denaro effettuate per interventi di sostegno destinate a istituti e luoghi della cultura di appartenenza pubblica, alle fondazioni in controllo pubblico, alle fondazioni lirico-sinfoniche, teatri di tradizione, istituzioni concertistico- orchestrali, teatri nazionali, teatri di rilevante interesse culturale, festival, imprese, centri di produzione teatrale e di danza, nonché ai circuiti di distribuzione.
Il Codice dello Spettacolo ha allargato quindi ad altri soggetti finanziati dal FUS la possibilità di ricevere il sostegno di privati attraverso erogazioni liberali che danno diritto al mecenate di usufruire del credito di imposta Art Bonus, ma non è possibile beneficiare del credito d’imposta per le erogazioni liberali effettuate per sovvenzionare un festival, ad esempio, se l’organizzatore della manifestazione non rientra tra le categorie riconosciute dal FUS o addirittura, ancor più restrittivamente, da questo già finanziate.
In attesa che la politica nazionale decida di ampliare la platea dei beneficiari e con l’annullamento della barriera determinata dal FUS, gli Enti Locali, e in particolare le Regioni e le Provincie autonome, potrebbero adottare uno strumento integrativo, come già fatto da Toscana e Friuli-Venezia Giulia. Un Art Bonus local, come tax credit integrativo IRAP, da destinare alle erogazioni liberali che già sfruttano l’Art Bonus nazionale o che ne sono escluse.
Nulla vieta di immaginare una sperimentazione verso le imprese profit tout court o destinata alle società benefit a indirizzo culturale, così da incentivarne la nascita anche nell’ottica di impegni di lungo periodo a cui questi soggetti si obbligano statutariamente.
Costituite sotto forma di società di persone, società di capitali o società cooperative, le benefit devono prevedere nello statuto, accanto all’attività economica finalizzata al profitto, una o più finalità di beneficio comune, operando in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni e attività culturali e sociali, enti e associazioni e altri portatori di interesse.
Sarebbe bello che domani nascessero tante società benefit quante sono le istituzioni culturali italiane. Non è impossibile, tutt’altro. Così finalmente avremo superato l’occasionalità del sostegno al momento possibile  con le erogazioni liberali e le sponsorizzazioni  avendo previsto, con l’introduzione dello scopo benefit culturale all’interno delle società produttive e commerciali italiane, un sostegno continuativo, durevole e strutturale a favore della cultura”: era la dichiarazione di uno di noi [Irene Sanesi, N.d.R.] all’assemblea nazionale AICI tenutasi a novembre dello scorso anno, a Firenze.
Immaginate il cambio di paradigma: non più e non solo “aiuti” occasionali alla cultura quali quelli prodotti dalle (seppur provvidenziali ancora) erogazioni liberali e sponsorizzazioni, bensì un sostegno statutario durevole, strutturato e costante in un quadro in cui le istituzioni culturali avvierebbero una collaborazione permanente con le imprese.

Una delle sfide più importanti del prossimo futuro per la sostenibilità delle istituzioni culturali italiane è rappresentata anche dalla loro capacità di attrare donatori stranieri.  L’America, in particolare, rappresenta in chiave di fundraising un mercato rilevante per la consuetudine di privati e imprese a effettuare donazioni a fronte di sgravi fiscali, considerati un passaggio ineludibile nella filiera benefattore/beneficiario.
Al momento in Italia sono pochissime le istituzioni culturali che già stanno contando su enti che triangolano le donazioni attraverso loro fondazioni (come ad esempio Friends of Uffizi) o fondazioni filantropiche. Lo stato dell’arte vede invece il grande fabbisogno rappresentato dalla maggior parte delle numerose istituzioni culturali (musei, teatri, enti culturali, ecc.) che non hanno la possibilità di affacciarsi, per dimensioni e struttura, ai giver americani e non solo. Istituzioni comunque meritevoli e portatrici del Made in Italy, che necessitano quindi di un appoggio istituzionale e, perché no, del traino degli enti più conosciuti e famosi.
La soluzione potrebbe essere trovata nella costituzione di un soggetto operativo, una fondazione italo (o anche più local: milanese, trentina, fiorentina, ecc.) /americana con sede negli USA che potrebbe a tutti gli effetti svolgere un ruolo attrattivo promuovendo, grazie agli enti e ai monumenti più noti, anche le realtà “minori” che non avrebbero mai l’opportunità di accedere a quei tipi di elargizione.
Per il soggetto attuatore (si pensi a una fondazione bancaria, alla Pubblica Amministrazione o alle associazioni di categoria, ecc.), il progetto rappresenterebbe uno straordinario strumento di posizionamento, oltre a collocare in una dimensione internazionale che non sia il turismo lo sviluppo delle istituzioni culturali italiane, generando un flusso di risorse nuovo verso l’intero comparto territorialmente individuato. Sotto il profilo pratico la fondazione italo/americana, che va immaginata con una governance agile, un advisory board misto e una struttura gestionale iniziale minima, si porrebbe come soggetto fiscalmente rilevante per i donatori americani offrendo il sostegno a istituzioni italiane di alto profilo e utilizzando, per regolamento, parte delle donazioni a favore degli enti “minori”.
Dal canto suo la sostenibilità dei costi che prevalentemente, oltre a quelli di struttura, saranno di promozione, con la realizzazione di eventi di raccolta e di accordi di partnership e finanziamento, potrebbe essere garantita dalle fee di triangolazione come già stanno facendo quelle operanti in questo ambito. La sede della fondazione può essere ipotizzata presso un istituto di cultura o presso un’azienda italiana negli USA.
Qualcuno potrebbe – giustamente ‒ commentare: l’uovo (anzi le uova) di Colombo!

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