ÆS 8.9|Adrian Paci – Tornare a urlare

Britma, 2009 – frame da video. Courtesy Galleria kaufmann repetto, Milano/New York, the artist and Galerie Peter Kilchmann, Zürich

 

Adrian Paci [1]


Perché si fa arte

L’arte esiste da sempre a partire dalle grotte nella preistoria perché forse l’uomo ha da sempre bisogno di lasciare delle tracce, ha l’esigenza di trasformare un’esperienza, un vissuto, un incontro con il mondo esterno in immagini, in fantasie che a loro volta diventano segni e realtà nell’opera. Nel lasciare traccia e dare forma agli incontri e alle immagini fare arte attiva un processo pratico, fisico, manuale; ciò non mette in moto solo l’emotività e il pensiero, ma anche la parte fisica dell’artista. Nel processo della creazione dell’opera avviene la trasformazione, da ciò che possiamo definire la necessità intima e personale, alla necessità collettiva diventando l’opera linguaggio comune. E il linguaggio a sua volta diventa un altro mondo, un’altra realtà in cui l’artista si tuffa.

Perché si fa arte? Pretendere di avere una risposta certa a questa domanda sarebbe sciocco. È importante indagare, ipotizzare risposte senza pretendere di raggiungerne una definitiva. Prima di tutto conviene considerare l’arte nelle sue specifiche espressioni. Io non faccio Arte, io faccio dei lavori, faccio delle cose, rispondo a delle mie esigenze specifiche. Non esiste arte che non nasca da un bisogno concreto e personale. Esiste poi un mondo fatto di relazioni con cui l’arte si interfaccia: le relazioni con la storia dell’artista, con gli artisti del passato ma anche del presente che vivono nell’artista stesso, con il contesto politico che lo ha formato, i libri che ha letto, gli affetti, gli incontri che ha fatto. L’artista non parte da un sé isolato nella sua unicità, ma parte dagli incontri.

Per questo non amo le opere che hanno bisogno dell’artista per essere spiegate e che sembrano trasmettere solo il suo messaggio. Le opere sono vive, generate dall’artista ma non sono controllate da questo e nelle opere il fruitore è chiamato a fare un’esperienza personale e non seguire per forza il dettato dell’artista. Nelle opere riuscite esiste l’intenzione dell’artista, c’è il senso originale. Ma le opere sono incontri. L’artista crea perché ha incontrato qualcosa e trasmette nell’opera le tracce di questo incontro. A sua volta diventa un incontro per lo spettatore e, così, possono nascere altre possibilità. Ognuno è chiamato a partecipare perché l’opera contiene le potenzialità incontrate dall’artista, potenzialità che hanno una dimensione enigmatica e misteriosa che sfuggono all’artista stesso.

L’artista fa ciò che fa perché ha voglia di capire e non perché sa. L’artista è una persona che desidera comprendere, ma a cui manca qualcosa e l’azione stessa che intraprende quando realizza un’opera è un personale tentativo di colmare tale mancanza. A sua volta lo spettatore partecipa a questo gioco, c’è sicuramente un punto di attrazione comune. Il punto di attrazione non è determinato dalla volontà esclusiva dell’artista, ma dalla potenzialità dell’opera stessa  che ne è testimone. L’artista dà forma alla potenzialità che lo spettatore poi riattiva attraverso la propria presenza.

Tutti partecipano a questa costruzione e l’opera d’arte vive di tale relazione, essa è frutto dell’incontri tra l’artista e il mondo, tra l’artista e il linguaggio. L’opera nasce in questo circolo di rapporti che determina il medium da utilizzare, perché ciascuna opera necessita il proprio linguaggio. La sua unica forma possibile.

L’artista non ha semplicemente voglia di esprimersi ma, piuttosto, ha la necessità di dare forma a cose di cui non può fare a meno. Le cose hanno necessità di prendere forma e l’artista è al loro servizio. L’artista non serve sé stesso, ma serve la ‘cosa’, che diventa essa stessa l’opera.

Il mondo dell’arte e la mondanità dell’arte

Il mondo dell’arte e il ‘circo’ che lo contorna non sono una novità: è sempre stato così. Ma l’arte ha sempre saputo rinnovarsi attraverso la liberazione dalla mondanità. È da sempre esistita la necessità dell’arte di creare un proprio mondo, ma è questo stesso che cerca di soffocarla e da esso l’arte tende a liberarsi. È un ciclo.

Il filosofo Carlo Sini, in occasione di un incontro con i ragazzi dell’Accademia, raccontava lo svolgersi una possibile scena primordiale in cui una madre, mentre nutre il proprio figlio nel deserto intravede una belva feroce che si avvicina.

Per difendersi l’unica cosa che può fare è urlare e questo fa. Urla con una voce che, alimentata dalla paura, non ha mai sentito e mai ha saputo di avere. La belva feroce, impaurita, scappa e una volta che è tutto finito la madre ripensa all’accaduto, soprattutto a alla sua voce e cerca di ripeterla. Ed è in quel ripetere, in quell’elaborare, che nasce il canto. Canto che parte da un’esigenza, da un’urgenza, ma che diventa riflessione sulla voce, diventa presa di coscienza. Nel momento che la stessa presa di coscienza produce stili, musica, compositori, spettatori, teatri, dischi, discografici, critici ecco che questa voce viene soffocata. E da lì deve uscire e ritornare a essere urlo.

Questo è un percorso, un processo. Basta entrare in un museo e vedere il passaggio dall’Arcaico all’Ellenismo, ad esempio, per vedere il passaggio dalla semplicità all’esplosione delle forme. E poi, però, si pensi al Medioevo e come tutto ritorni a essere primitivo. Ciclicamente accade. Pensiamo all’inizio del modernismo: perché Picasso e Braque si emozionano con l’arte primitiva, come Klee guarda ai bambini? Perché l’arte ha sempre bisogno di riscoprire l’essenza che spesso si perde nella sontuosità.

Anche la finanza è un elemento entrato a far parte del mondo dell’arte. È un processo naturale come tutti i vizi e virtù umane. La voglia di protagonismo, la vanità, il potere fanno parte della natura umana e come tale ogni elemento che aiuta l’uomo a soddisfare la propria natura lo attrae. In questo passaggio, però, si creano conflitti e contraddizioni che l’uomo deve imparare a gestire. Andare verso il potere, esserne attratti senza capacità critica e autocritica, senza autenticità, produce pochezza.

Non è tanto una dimensione politica quanto interiore. Non si tratta di una questione di messaggio ma qualcosa che va oltre e rende l’arte trasgressiva. Qual è la trasgressione maggiore che l’arte può effettuare anche nei confronti della politica e del potere? Il potere esercita sé stesso attraverso la conoscenza, attraverso il suo controllo. Nel momento in cui l’arte sfugge al controllo diventa trasgressiva. Ogni arte che alimenta il pensiero per sfuggire al dominio del potere diventa sovversiva. È il ritorno dell’urlo.

Penso che l’arte debba nascere dallo scoprire e indagare un problema, e che debba essere guidata da un’autenticità personale carica di intima profondità e che, allo stesso tempo, debba essere carica di una coscienza collettiva. Un artista non dice agli altri cosa pensare dal proprio piedistallo.

E il lockdown?

L’esperienza del lockdown ha portato grande disagio. Non è stato un ritiro spirituale scelto ma una costrizione accompagnata da morte e malattia. Il virus ci ha riscoperti fragili e in questo può esserci un risvolto positivo: questa esperienza ci deve rendere meno arroganti, non pensarci onnipotenti e, al contrario, mettere in discussione la nostra centralità nel mondo. Sapevamo che il rapporto con l’ambiente era malato e pensavamo che l’uomo grazie alla sua emancipazione e conoscenza avrebbe saputo fare un passo indietro. E invece è stata la natura a costringerci a ritirarci, facendoci capire che dobbiamo fare i conti con debolezze e fragilità e con una natura che è sempre più forte dell’uomo.

In questo periodo si sono create distanze, ma è vero anche il contrario. Non siamo mai stati così a lungo in famiglia come in questo periodo, mentre abbiamo allontanato altre relazioni. La distanza ha creato desideri perché ci sono forme di implicite vicinanze interiori, al di là dell’aspetto fisico, che nascono proprio dalla mancanza. Abbiamo voglia di abbracciare, una cosa che davamo per scontata. E allo stesso tempo ci ha dato il modo di allontanare alcune persone di cui non abbiamo sentito la mancanza. Ma ho anche notato una specie di voglia esagerata, per quanto comprensibile, di leggere, interpretare e profetizzare il futuro. All’uomo forse serve maturare la capacità di stare nel disagio, nel silenzio, gli serve riflettere senza dover articolare per forza una espressione. Tanti intellettuali hanno sentito il bisogno di parlare e articolare il pensiero senza darsi il tempo per una riflessione completa e non sfruttando la possibilità di rimanere tra le cose. Mi viene da pensare a “One and Three Chairs” di Joseph Kosuth e al pensiero che si muove dall’oggetto sedia alla sua definizione, alla sua immagine. Questo per chiederci dov’è la sedia? Probabilmente né in una né nell’altro. La sedia è in questo continuo passaggio tra il reale, la rappresentazione e la definizione. E penso anche al lavoro di Giulio Paolini, “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”, in cui solo con un titolo ci fa capire che la prospettiva è ribaltata e che l’artista che sta guardano il giovane di Lotto siamo noi. Artista e spettatore, tempo passato e tempo presente: parlo di quello spazio del dubbio necessario che è uno spazio trasgressivo perché sovverte ciò che noi davamo per scontato. Attraverso questi spostamenti leggeri e sottili nasce una instabilità proprio dove pensavamo di avere certezze.  Instabilità che mina il potere e non intendo solo quello politico, ma del pensiero.

Certamente una voglia di tornare alla normalità che conoscevamo prima del lockdown è fisiologica ma il futuro non potrà mai a essere identico al passato e siamo obbligati a cambiare. Dobbiamo capirlo e dare a noi stessi strumenti nuovi per sopravvivere perché la vera novità arriva sempre dalla necessità di sopravvivenza. Poi però bisogna anche puntare alla continuità. Il cambiamento succede nella continuità. Le cose mutano ma qualcosa rimane sempre. La mia esperienza di aver vissuto in un paese totalitario, soggetto a una ideologia brutale, e vederne poi il crollo così come la trasformazione successiva dell’Albania, ha contribuito a far sì che mi interrogassi spesso sul tema della continuità.

Abbattere monumenti

Abbattere statue è una cosa che nella storia è sempre successa ma non risolve il problema. Penso invece si debba mettere in discussione il tema della monumentalità. Le cose e le persone nascono all’interno di un percorso con tutte le sue contraddizioni, i valori e le criticità. Quando queste si monumentalizzano le dei spoglia della loro dimensione critica e giungono a un livello celebrativo. Qualsiasi monumento ha quindi bisogno di essere demonumentalizzato.

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[1] Artista albanese Intellettuale rigoroso e sensibile, in grado di manipolare mezzi espressivi diversi (pittura, scultura, fotografia, videoinstallazioni), la sua ricerca ha privilegiato le tematiche sociali, in primo luogo quella delle migrazioni umane prodotte dai conflitti bellici, affrontando in senso più generale i nodi problematici delle precarietà esistenziali che lo svolgimento in forme poetiche e delicate non depotenzia della sua veemenza di denuncia. La cifra stilistica di P. risiede nel senso di straniamento e di perdita che egli riesce a veicolare con nitidezza neorealista, non indulgendo mai nella retorica ma imprimendo nel mezzo espressivo un senso di sofferta realtà di per sé autoesplicativo (fonte Enciclopedia Treccani)

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