Il problema dell’ultimo miglio

 

L’impresa del futuro è per definizione a vocazione sociale e necessariamente culturale. Questa riflessione di Franco Broccardi e Giovanna Romano alimenta il dibattito aperto sulla relazione tra cultura e impresa sociale avviato e ospitato da Letture Lente do AgCult

https://agcult.it/a/23974/2020-09-03/riflessioni-il-problema-dell-ultimo-miglio

 

L’economista-idraulico è la metafora utilizzata da Esther Duflo[1], premio Nobel per l’economia 2019 per mostrare come non ci si possa arroccare nelle proprie torri ideologiche ma come sia necessario sporcarsi le mani. Di come non bastino gli ingegneri in grado di capire cosa sia meglio fare ma anche, e forse soprattutto, di chi le cose è in grado di farle davvero, di farle funzionare. Che possiamo parlare di tutto ma se non abbiamo mai tastato con mano la realtà delle cose, se non ce ne siamo davvero immersi, se vediamo le cose dall’alto allora le nostre opinioni potranno essere, tuttalpiù, ottime e brillanti prove accademiche. Ma la vita, ricordiamocelo, è altrove e questo vale per le stellari teorie economiche e le loro applicazioni in terra, ma vale, in realtà, in ogni campo.

Un’altra cosa interessante dice Duflo[2]. Parlando di lotta alla povertà, noi non sappiamo mai cosa sia giusto fare e non fare. Basti pensare agli innumerevoli aiuti ricevuti dagli stati africani e al loro impatto, infinitesimale, sul PIL di quegli stati. Non sappiamo se senza quegli aiuti sarebbe stato peggio o no, ma possiamo, al contrario e grazie a quelli che lei chiama Random Control Trials, immaginare e testare alcune azioni specifiche per capirne l’effetto. Ci accorgeremo che senza un reale aiuto alla percezione della bontà di un aiuto concreto (l’uso di zanzariere per diminuire i contagi di malaria, le vaccinazioni per i bambini…) tutto sarà inutile. È il problema dell’ultimo miglio. Quello della consapevolezza. Quello per cui ci serve l’idraulico.

Ecco, quando, ho letto l’articolo dal quale muove questo dibattito sul rapporto tra impresa culturale e impresa sociale è questa la prima cosa a cui ho pensato. Ai convegni, alle teorie, alle politiche culturali e a quelle sociali, ai ‘tavoli’, agli ingegneri. E dall’altra parte a chi la cultura la produce e la vive. A chi si sporca le mani. Agli artisti, alle associazioni, ai sindaci e gli assessori, quelli bravi perché no. Agli idraulici.

Noi siamo ibridi, esseri formati di infinite particelle e altrettante propensioni. Viviamo in un mondo altrettanto ibrido, fatto di mille stimoli e necessità dove ognuno sceglie secondo il proprio arbitrio. Ognuno diverso e mai certo. Mentre una certezza, però, esiste: le cose non sono mai come le possiamo immaginare in teoria e senz’altro non contengono una sola strada o una sola verità. Ed è proprio per questo che imprese culturali e imprese sociali non possono pensarsi diverse tra loro: entrambe hanno l’uomo al centro, l’uomo che ne contiene entrambe le anime.

Paolo Fresu, qualche tempo fa ha provato a raccontare il senso della musica, il suo potere inclusivo e sociale: “la musica è un linguaggio universale in grado di abbattere le barriere; quelle geografiche e religiose, economiche e culturali. È il suono del mare e della sua risacca. Il rumore di un barcone che cerca un approdo. È il vero linguaggio del mondo capace di essere compreso da tutti e che colpisce ed emoziona alla stregua di una pandemia emozionale che ci fa essere tutti uguali … La musica è dunque un mare e un ponte. Un oceano meno vasto della nostra immaginazione e un labile pensiero che cammina più veloce delle comunicazioni”[3].

Sono le emozioni che la musica porta a galla, il rapimento legale perpetrato dai libri, la danza, il teatro a renderci uguali più di quanto non possa fare una pandemia globale. Ed è questo ciò che l’arte e la cultura sono davvero. E quando è questo che portano con sé allora è quello il momento in cui diventano elemento sociale e politico. Ed è questo il motivo per cui, per rispondere alla domanda di Paolo Venturi[4] su queste stesse pagine, le imprese sociali devono pensarsi come imprese culturali e viceversa: la cultura non esiste se non in un’ottica sociale, nessuna società può sopravvivere senza una cultura vera e viva e non concordo quando si dice che “la cultura dentro il sociale si è potenziata” perché, semplicemente, la cultura se non è dentro il sociale non è cultura.

“Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come”[5]. È un problema di diseguaglianze e divisioni, qualcosa di innaturale che abbiamo accettato senza troppo combattere, debolmente difesi da analisi egoriferite.

Ma “la disuguaglianza non è economica o tecnologica: è ideologica e politica”[6]. L’interesse generale non è disgiunto da quello dei singoli. Il ruolo, il potenziale che unisce sociale e culturale, è quello di ridurre le distanze, ognuno facendo la propria parte. Di ridurre le distanze tra le parole e i fatti, di insistere sul diritto alla possibilità e sullo sviluppo etico ed economico, guardando più che alla banale dicotomia tutela/valorizzazione a chi la cultura la vive e in prima persona la fa, lavorando sull’ascolto, utilizzando la semplice regola dell’economia che impone di pensare a chi ci rivolgiamo quando facciamo le cose. Dimostrando la propria proposta di valore. Immaginando governance in cui giovani e donne abbiano l’indispensabile rappresentanza non come banale concessione ma per una reale necessità di un sistema che guardi al futuro e miri all’avanzamento umano.

E quindi quali strade seguire? Di certo il punto di partenza è l’ascolto, perché nessuna soluzione può prescindere da questo. Ascoltare, comprendere le esigenze e le vocazioni e poi dialogare, condividere le conoscenze. Lavorare anche per piccoli passi ma con consapevolezza, ponendosi obiettivi ma essendo flessibili, sapendo che in corso d’opera quegli stessi obiettivi possono cambiare per cedere il passo a nuove intuizioni, a nuove situazioni che il reale propone.

Servirà applicare la cultura come pratica di welfare anche tramite il sostegno di società benefit (in cui l’impresa tout court può diventare sociale e culturale e in cui gli aspetti etici non tardano a mostrare l’impatto e i benefici anche economici), che si rapportino direttamente con istituzioni culturali abbattendo così la logica dell’occasionalità e creando, invece, un percorso duraturo e strutturale.

Servirà lavorare sulla conoscenza su larga scala dei benefici sulla salute del consumo culturale con mirate politiche comunicative sostenute dal Ministero della salute, a cui abbinare agevolazioni fiscali come l’equiparazione delle spese culturali a quelle mediche in sede di dichiarazione dei redditi (seguendo l’esempio di Ester Duflo a proposito della diffusione dei vaccini in Africa)[7].

Servirà osservare i luoghi attentamente, partire dalle loro peculiarità e comprendere cosa sono e rappresentano per chi li vive, utilizzare la leva culturale come fattore di inclusione per dialogare e parlare altri linguaggi, linguaggi diversi che non violino nessuno e che al contempo non “vengano usurpati per essere dispiegati come armi”[8], ma che diventino corali e al servizio della comunità, e non di pochi. Perché non sono quei pochi a creare le premesse per un cambiamento, che seppur lento, abbisogna di una comunione d’intenti.

Servirà ripensare al rapporto impresa e cultura, dove troppo spesso la prima è stata vista come un semplice strumento di sostenibilità perdendone il valore e la visione oltre che l’approccio pupose-driven, di una nuova economia necessaria e già esistente[9, 10]. Le imprese e i privati, così come il pubblico devono essere veri compagni di viaggio con cui i temi della multidisciplinarietà possono trovare il proprio logico approdo.

Servirà ampliare la cultura del bilancio sociale che dovrebbe travalicare le prescrizioni legislative,  che dovrebbe essere universalmente visto come uno strumento efficace non tanto per una sterile misurazione, che troppo spesso risulta davvero onerosa e poco efficiente, quanto come volto alla consapevolezza del lavoro svolto, all’analisi (e autoanalisi, anche) del rapporto con i destinatari dei nostri sforzi, al dialogo, come fotografia critica e punto di partenza. In questo, il lavoro svolto dal Polo del ‘900 si pone come un punto di riferimento di un mezzo necessario per “definire il senso e l’agire”[11]. Random Control Trials, ricordate?

Servirà, inoltre, favorire la nascita di reti associative, di comunità di intenti, di collaborazioni tra operatori diversi in cui ascolto, dialogo, canto corale dei pensieri, ibridazione se vi piace chiamarla così, diventano prassi in un contestuale rafforzamento della struttura e della proposta di valore.

L’impresa del futuro è a vocazione sociale per definizione, necessariamente culturale e non sarebbe illogico pensare a bandi e finanziamenti specifici, ad esempio, alle attività benefit al pari di altre attività non-profit, così come un maggiore interesse alla produzione di una cultura contemporanea tramite strumenti come l’Italian Council: ampliarlo e far divenire anche le scuole, le carceri, gli ospedali, i centri di accoglienza capofila del progetto. Realizzare opere in strutture scolastiche che possano offrire spazi specifici vuol dire rendere partecipi in una visione di condivisione gli alunni, far conoscere l’artista e il lavoro che svolge un artista. Ridisegnare luoghi nuovi per l’arte contemporanea permette di creare quella giusta confidenza per renderla maggiormente accessibile e la libera da una serie di dogmi e prescrizioni.

E sempre a tale proposito potrebbe essere ricontestualizzata la “legge del 2%” rendendo questo strumento un po’ più flessibile e dando maggiore rilevanza al ruolo delle imprese private e del privato in genere, inserendo tra le finalità accanto al supporto agli artisti contemporanei anche il coinvolgimento trasversale e proattivo delle imprese culturali nel progetto di costruzione o ricostruzione di edifici pubblici e della loro valorizzazione e prevedendo un co-investimento in artisti contemporanei per la realizzazione di opere destinate alla pubblica fruizione a cui applicare l’art bonus[12].

“La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento che avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare”[13]. Nelle parole di Calvino possiamo trovare una strada. Impresa culturale e impresa sociale si incontrano nella visione della contemporaneità e del futuro, in quell’ultimo miglio che è loro responsabilità coprire. Con visione, certamente, ma soprattutto nell’applicazione pratica delle specifiche capacità. “Il potere ama i confini”. Per abbatterli non si può prescindere dal lavoro di un idraulico senza cui nulla può funzionare.

Note e riferimenti bibliografici

[1] E. Duflo, The Economist as Plumber, MIT Department of Economics Working Paper No. 17-03, 2017, https://economics.mit.edu/files/12569

[2] E. Duflo, Esperimenti sociali per la lotta alla povertà, TED 2010, https://www.ted.com/talks/esther_duflo_social_experiments_to_fight_poverty?utm_campaign=tedspread&utm_medium=referral&utm_source=tedcomshare

[3] P. Fresu, Il bianco silenzio del mondo, ÆS|8, https://aesartseconomics.home.blog/2020/06/10/aes-8-2paolo-fresu-il-bianco-silenzio-del-mondo/

[4] P. Venturi, La base culturale dell’impresa sociale, Letture Lente – AgCult, https://agcult.it/a/23132/2020-08-03/riflessioni-la-base-culturale-dell-impresa-sociale

[5] P. Pasolini, intervista a cura di L. Re, Il nudo e la rabbia, Stampa sera, 9 gennaio 1975, https://videotecapasolini.blogspot.com/2017/10/il-nudo-e-la-rabbia-il-9-gennaio-1975_9.html

[6] T. Piketty, Capitale e ideologia, La nave di Teseo, 2020.

[7] Cfr. nota 2.

[8] A.Roy, What have we done to democracy?, The Huffington Post, 27 settembre 2009, https://www.huffingtonpost.com/arundhati-roy/what-have-we-done-to-demo_b_301294.html?ncid=engmodushpmg00000006

[9] Business Roundtable 2019, https://opportunity.businessroundtable.org/ourcommitment/

[10] Leaders on purpose 2020, https://www.leadersonpurpose.com/leadership-pioneers

[11] https://www.polodel900.it/il-bilancio-sociale/

[12] F. Broccardi, Proposte per il sostegno del sistema culturale, BBS-Lombard, https://www.bbs-lombard.com/2020/05/10/proposte-per-il-sostegno-del-sistema-culturale/

[13] I. Calvino, Palomar, Mondadori, 1994.

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