Il museo come zoo

 

Il lockdown ha segnato la fine dell’audience engagement, del turismo ipercinetico, della conquista dei luoghi in modalità Risiko. È il passaggio da Disneyland a Dismaland, in cui i musei, come zoo e acquari, devono trasformarsi.

Quella del paleocontatto è una teoria secondo cui civiltà aliene sono entrate in contatto con la specie umana già qualche millennio prima di Cristo così come testimoniato dalle statuette dogū, piccoli oggetti rituali dedicati a fertilità, qualche guarigione o soprattutto maledizioni. Ecco, a pensare ai musei e alle politiche museali, oggi, al rapporto con il pubblico, alle istituzioni, alla cultura in genere e all’idea stessa di museo il rischio è quello di ritrovarsi nella stessa situazione: un fantaincontro tra elementi estranei che produce, al limite, qualche fertile ricordo e qualche superstizione sperando che colpisca nel segno.

“La storia esiste solo se c’è un domani. E, per contro, un futuro esiste solo se si impedisce al passato di infiltrarsi continuamente nel presente… Di conseguenza, i musei non hanno a che fare con il passato, ma piuttosto con il futuro: l’obiettivo della conservazione non è tanto preservare il passato quanto creare il futuro dello spazio pubblico, il futuro dell’arte e il futuro in quanto tale” ha scritto Hito Steyerl ponendosi in fin dei conti una domanda di cui la post-covig age ha amplificato il bisogno di risposta: qual è la ragione d’essere di un museo? Risposta: la stessa di zoo e acquari (“orrore!”, direte voi).

“Gli animali isolati l’uno dall’altro, senza interazione tra specie, hanno finito per dipendere completamente dai loro guardiani” ha scritto Berger nel suo saggio “sul guardare”. La scimmia nuda, tra Morris e Gabbani, rivela l’innaturalezza dei comportamenti di chi o ciò che è costretto all’inazione in cui la prospettiva futura auspicata dalla Steyerl semplicemente non esiste. Ma siamo sicuri che lo stesso non accada con le opere messe in cattività nei musei quando queste non riescono più a incrociare il pensiero delle persone? Che arte e cultura, ridotti a questo, non finiscano con l’essere strumento di un pensiero unico e illiberale anche quando ammantato di progressismo? Che un museo che riduca la creatività a vetrina, una semplice esposizione di opere (“orrore!”, dico io) non sia davvero una gabbia non molto diversa da quelle in cui si rinchiudono animali per soddisfare una malata curiosità?

Gli zoo e gli acquari americani possono essere un buon esempio anche per la risposta che hanno spesso saputo dare. Si tratta di soggetti che possono fare scarso affidamento su erogazioni e contributi (non godono di buona stampa nella loro funzione più evidente, e ci mancherebbe altro), fragili e con una quasi inesistente rete di protezione economica. Sono persino scarsamente percepiti come soggetti no profit rendendo inutile la possibile leva fiscale nelle pratiche di fundraising e anche per questo si sono abituati a immaginare oltre gli schemi dell’ordinaria esposizione animale lavorando sulla percezione all’esterno della propria funzione sociale operando come centri di ricerca scientifica, finanziando campagne di formazione e salvaguardia ambientale, combattendo campagne contro l’uso della plastica. Diventando un modello fruttuoso, anche in termini economici, dettato dal proprio essere parte funzionale di un meccanismo di welfare più grande.

Il lockdown ha segnato la fine dell’audience engagement, del turismo ipercinetico, dalla conquista dei luoghi in modalità Risiko. È il passaggio da Disneyland a Dismaland in cui i musei, come zoo e acquari, devono trasformarsi da voyeuristica attrazione turistica a motori di riflessione, formazione, dialogo, discussione e perché no anche protesta. Farsi soggetto politico, perché “museums are not neutral”. Scrollarsi di dosso la sacralità e vestirsi di umanità.

Diventare, quindi, hub, connettori di conoscenze, di pensiero, di persone. Diventare centri socialievolvendosi da testimonianza di un senso collettivo a imprenditoria sociale. Luoghi prossimi in un senso ampio perché la prima istanza di prossimità è proprio a carico delle istituzioni culturali. Sono queste che devono farsi accoglienti verso gli impulsi che arrivano dalla società, avvicinarsi e includere in primo luogo le menti nuove e fertili dei giovani. E quindi farsi luoghi ibridi, centri di formazione informale capaci di rapportarsi con soggetti diversi da sé, che siano no profit, pubblici, imprese, privati. Luoghi vivi e capaci di navigare controcorrente per far l’amore come Giuda e Maddalena sulla barchetta di Mannarino. Produrre valore e non solo nozionismo, partecipare a pieno titolo a quella che chiunque vive al di fuori è una cosa normale: la vita.

E far ballare la scimmia per non ritrovarci nelle braccia dello scimmione impazzito e ribelle di the Square.

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