ÆS 9.8 | Franco Broccardi – Azioni d’impresa e comportamenti sociali

 

Franco Broccardi[1]

Azioni d’impresa e comportamenti sociali

 

Qualcosa non funziona più nei meccanismi del capitalismo. Le prospettive socioeconomiche mettono in crisi che quello per Friedman nel 1962 era l’architrave di ogni ulteriore ragionamento: “c’è una e una sola responsabilità sociale dell’impresa – usare le sue risorse e dedicarsi ad attività volte ad incrementare i propri profitti a patto che essa rimanga all’interno delle regole del gioco il che equivale a sostenere che compete apertamente senza ricorrere all’inganno o alla frode””[2].

E così si fanno avanti nuove forme di creazione del valore, alternative sostenibili, etiche, umane, nuovi modelli e nuove economie. Niente di così nuovo, in realtà, se pensiamo che nel 1932, ben prima di Friedman c’era già chi affermava che “le attività di impresa sono permesse e incoraggiate dalla legge perché sono un servizio alla società piuttosto che fonte di profitto per i suoi proprietari”[3]. E che Olivetti qualche decennio dopo ha più o meno affermato lo stesso principio dicendo che l’industria deve rivolgere “i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare”[4]. Come ama ripetere il prof. Zamagni il concetto di responsabilità più che con il respondeo ha sempre più a che fare con il respondus, il peso delle cose. In altri termini non basta più solo il rendere conto ma l’agire, non basta più non fare il male ma è necessario attivarsi per fare il bene[5]. Ed è allora quindi chiaro come l’impresa, per non dire ognuno di noi, deve aver ben a mente la propria missione, ridefinita secondo criteri più solidali. Non esiste beneficio nell’accumulo indiscriminato ma la vera ricchezza, anche quella economica, ha valore solo se condivisa, se la comunità a cui ognuno partecipa, grande o minuscola che sia, trae vantaggio e soddisfazione dal benessere comune.

Restituzione, quindi, che porta in sé il seme della reputazione: sono esattamente questi i concetti che stanno alla base dell’art bonus, ad esempio, o dell’idea di società benefit. O, per dire, anche del bonus facciate ossia di tutto ciò che attraverso la cura e il decoro per non dire la bellezza educa alla crescita morale di una comunità. Di tutto ciò che implica un approccio alla responsabilità sociale come un valore fondante che per le imprese si integra e non è certamente in contrasto, anzi, nella propria della strategia di business. È quello che è alla base del tipo di economia verso cui si sta indirizzando il mondo.

La leva fiscale, in questi casi, anche quando presente ha un valore relativo per quanto funzioni come incentivo. Chi decide di sostenere il restauro di un monumento non lo fa per risparmiare sulle imposte alla stessa stregua con cui si acquistano quadri in primo luogo per l’aspetto emozionale che li accompagna e non perché si immagini di poterne ricavare un margine. L’idea di partecipare al benessere di una comunità (le questioni di scala sono ovviamente personali) quella di restituire parte del proprio ‘benessere’ in maniera saltuaria e puntuale come con l’art bonus o più strutturata e di lungo periodo come per le società benefit, sono i fondamenti di una scelta che sfocia i propri effetti nella reputazione.

Le imprese hanno la possibilità, invece, non solo di contribuire al miglioramento della società, ma di ricevere in cambio significativi benefici quali ad esempio migliori performance finanziarie, il rafforzamento del valore del brand e della reputazione, una sostenibilità di lungo termine per l’impresa e per la società nel suo complesso, una migliore gestione del rischio e della crisi, ritorni di lungo periodo sugli investimenti, buone relazioni con il governo e la comunità, maggiore commitment dei dipendenti e in ultima analisi credibilità ad operare.

L’immagine etica è sempre più distintiva nelle scelte economiche. Se i membri del Business Roundtable[6], l’associazione che riunisce i CEO delle 200 principali aziende americane, hanno prodotto un manifesto pubblico in cui i temi della corporate social responsibility vengono messi al centro delle mission aziendali è evidente come non sia più rinviabile per ogni società di ogni dimensione una riflessione sulla opportunità/necessità di contribuire al livello sociale e culturale dell’ambiente che le circonda.

La complessità e l’incertezza rappresentano i due nuovi interlocutori della contemporaneità e l’impresa, con il suo capitale fisico, umano e immateriale è “immersa”. Un libro scritto quasi quaranta anni anni fa, The Gift: Imagination and the Erotic Life of Property[7], raccontava dell’irrisolvibile dicotomia tra economia, razionalità e mercato e il mondo sociale, umanista, l’idea della reciprocità e delle relazioni. Ed era il 1972 quando il Premio Nobel per la fisica, Philip Warren Anderson, pubblicava il suo saggio More is Different[8], un manifesto dei meccanismi della complessità. Nel titolo si riassume perfettamente il pensiero dell’autore: possiamo studiare ogni singolo elemento di un sistema e conoscerne perfettamente le caratteristiche ma quando quei singoli elementi diventano sistema, un meccanismo più complesso, un insieme e si mettono in relazione tra loro come in ogni comunità le cose che ci troveremo di fronte saranno completamente differenti. Ed è per questo che Anderson conclude con quello che può essere una dichiarazione programmatica dell’idea di flessibilità: “Il problema non consiste nell’essere il miglior giocatore, ma nell’ideare nuovi giochi”.

Parole come mercato e responsabilità sociale, quindi, non possono essere più considerate come visioni opposte, contrapposte. Sono, anzi, il segno di questi tempi ibridi e profondi. Sono le parti di un tutto più complesso e umano che nelle società benefit racchiudono il proprio paradigma. Ma affinché queste possano davvero diventare un volano di espansione sociale serve fare ancora quel passo in più, soprattutto culturale, che possa trasformare la ‘visione del libro come mondo’ in ‘visione del mondo come libro’[9]. Perché ciò possa succedere è chiaro che si dovrà poter contare su una generazione di imprenditori illuminati che guardano al profitto in maniera estesa, portandovi dentro quelle che Walter Santagata definiva «motivazioni prosociali, quali l’altruismo, i codici di comportamento morali e di responsabilità civica»[10].

[1] Dottore commercialista. Fondatore e partner degli studi Lombard DCA di Milano e BBS-Lombard con sedi a Milano e Prato. Esperto in economia della cultura, arts management e gestione e organizzazione aziendale, ricopre incarichi come consulente e revisore per ANGAMC, Federculture, ICOM, oltre che per musei, teatri, gallerie d’arte, fondazioni e associazioni culturali. È coordinatore del gruppo di lavoro “Economia e cultura” presso il CNDCEC.

[2] M. Friedman, Capitalism and Freedom, Chicago, University of Chicago Press, 1962

[3] E.M. Dodd, For Whom Are Corporate Managers Trustees?, Harvard Law Review, 1932

[4] A. Olivetti, Ai lavoratori, Edizioni di comunità, 2012

[5] S. Zamagni, Responsabili. Come civilizzare il mercato Il Mulino, 2019

[6] https://opportunity.businessroundtable.org/wp-content/uploads/2019/12/BRT-Statement-on-the-Purpose-of-a-Corporation-with-Signatures.pdf

[7] Hyde L., The Gift: Imagination and the Erotic Life of Property, Random House, New York, 1983

[8] Anderson P.W., “More Is Different”, Science, 177, 1972

[9] Eco U. I limiti dell’interpretazione, La nave di Teseo, Milano 2016

[10] Santagata W., Il governo della cultura, Il mulino, Bologna 2014

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