ORIENTE OCCIDENTE: PER UNA CULTURA DEL DOMANI

di Anna Consolati e Pontus Lidberg

Da quando la parola sostenibilità ha cambiato significato?
Fino a poco tempo fa per la maggior parte di noi il termine sostenibilità aveva solo un richiamo alla dimensione finanziaria delle singole realtà. Per il comparto culturale la consapevolezza della necessità di dare nuovi significati a questa parola è arrivata forse con le nuove regole determinate dalla riforma del Terzo Settore che ci hanno spinti a considerarci sempre più imprese culturali, rendendoci consapevoli di non essere più soltanto organizzatori di eventi ma produttori di pensiero verso il futuro, con la responsabilità che ne consegue. L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dalla Nazioni Unite nel 2015 è un piano di azione globale per le persone, il pianeta e la prosperità: 17 goal che hanno senso solo letti nella loro complessità, nell’interazione e la correlazione tra i vari obiettivi che tracciano un miglioramento complessivo del domani.
Il mondo della cultura non può sottrarsi ed è chiamato a interrogarsi su quali nuove attenzioni sono necessarie nel produrre, sostenere e presentare arte performativa dal vivo, oggi che non è più procrastinabile un pensiero sul futuro di chi verrà dopo di noi. Cresciuti in un modello neoliberista che tende alla parcellizzazione, ci stiamo allenando a lavorare in rete, con competenze e stimoli nuovi da portare sui tavoli decisionali che riuniscono il comparto culturale nazionale.
La creazione di ecosistemi culturali basati sulla collaborazione e sulla condivisione invece che sulla competizione è già prassi e rappresenta un esempio chiaro dell’attuazione di questi presupposti. Tutti e tutte ci stiamo faticosamente rendendo conto che la primaria necessità non è più quella di presentare spettacoli in prima mondiale, ma lavorare in collaborazione con le compagnie internazionali e con gli altri programmatori per fare in modo che uno spettacolo possa circuitare sul territorio nazionale andando su più piazze, rendendo così più accessibili i costi e più equo il rapporto tra l’investimento in viaggi internazionali e la condivisione di possibilità per i pubblici e gli artisti.
Le stesse compagnie chiedono periodi di residenza più lunghi, spazi di condivisione, possibilità di stringere relazioni con il territorio e le comunità locali anche per alimentare la creazione artistica. La reazione del pubblico è del tutto positiva: per un festival come Oriente Occidente, che da 42 anni coltiva un rapporto fiduciario con spettatori e spettatrici, non è scontato ma non è impossibile guidarli all’interno di una nuova proposta purché siano chiarite le ragioni delle scelte. Chi manca all’appello? Se le artiste e gli artisti chiedono una modalità di lavoro più lenta, in cui ci sia spazio di riflessione che risulta più sostenibile per definizione, se i pubblici accolgono positivamente queste nuove proposte, se all’interno del sistema dei produttori e dei programmatori inizia a esserci una reale collaborazione, è ora fondamentale che gli enti finanziatori adeguino i metodi di valutazione ad oggi ancora basati principalmente su parametri quantitativi
(numero di spettacoli, numero di spettatori, numero di produzioni realizzate).
La misurazione quantitativa porta con sé la tendenza a un’iperproduzione senza la possibilità di dare valore ai repertori, di fare crescere, maturare e circuitare gli spettacoli.
Questa è ormai una consapevolezza che il settore culturale ha e che rivendica con frequenza. Inoltre, un tempo e uno spazio danno la possibilità alle opere di ampliare i propri limiti riuscendo a raggiungere più pubblici. Sostenibilità, infatti, significa anche costruire una società in cui i diritti di equità siano garantiti: rendere accessibili gli spettacoli a pubblici con disabilità è una pratica che ha bisogno di tempo e studio ma che ormai è necessaria per rispondere ancora una volta agli obiettivi della Agenda 2030, ma anche perché non è più possibile pensare di escludere una fetta della popolazione dalla fruizione e dalla produzione culturale.
Sempre di più siamo invitati a considerare sguardi altri, visioni minoritarie, nuovi immaginari possibili, anche includendo approcci che non sembrano affini al mondo della cultura o della danza ma che ci offrono orizzonti stimolanti tra etica ed estetica. La sostenibilità deve essere intesa in maniera prismatica e attuata attraverso una composizione di macro e micro-azioni lungo tutta la filiera: nella produzione e distribuzione artistica, nelle modalità di lavoro interno, nelle azioni di marketing e strategie di comunicazione, nei piani di sviluppo dei pubblici, sulla calendarizzazione, sulle scelte artistiche e di visione, incidendo trasversalmente sul funzionamento e sul modello a cui vogliamo tendere.
Dal lato pratico, per Oriente Occidente – solito presentare per lo più compagnie che arrivano da ogni continente – si tratta oggi di considerare il tema dei viaggi, di scegliere il treno quando possibile, di unire attività e momenti, implementare le connessioni sul territorio per offrire più possibilità agli artisti, lavorare per e con le nuove generazioni, scegliere una programmazione che inviti alla riflessione sul tema della sostenibilità. Significa promuovere un’azione culturale che faccia riscoprire ritmi più lenti, un inedito rapporto con la promozione turistica proponendo eventi che aiutino la destagionalizzazione e la riappropriazione più equa degli spazi sia artistici che naturali. Si tratta anche semplicemente di stampare molto meno materiale promozionale e quando lo si fa di usare carta certificata, di investire principalmente sul marketing e sulla comunicazione digitale, di eliminare l’utilizzo della plastica, di creare materiale di merchandising in collaborazione con cooperative sociali riutilizzando vecchi materiali di promozione, di ridurre il consumo di carta negli uffici, scegliere partner e fornitori che sposino i medesimi valori e divulgare buone pratiche affinché ognuno possa dare il proprio contributo. E ancora di diminuire le trasferte di lavoro, utilizzando sistemi di videoconferenza e smart working, ridurre il consumo di energia elettrica, scegliere strumentazioni elettroniche e informatiche improntate all’efficienza energetica. Un festival sostenibile oggi non può più essere solo un festival. Cosa vuol dire?
Significa considerarsi e agire come una realtà culturale che sa entrare in relazione con interlocutori diversi tra loro. Significa rimanere in costante ascolto delle trasformazioni della società e evidenziarne le urgenze. Significa stringere patti con le comunità in una visione allo stesso tempo globale e locale.

La sostenibilità nella danza contemporanea
di Pontus Lidberg

Il Danish Dance Theatre è molto consapevole della sua orma climatica e ha fatto scelte attive per ridurre la sua impronta, ad esempio, attraverso una scelta consapevole dei materiali, la riproposizione di costumi e scenografie, nonché l’utilizzo di lampade a LED a basso consumo energetico. La compagnia favorisce l’uso dei treni per il tour, quando possibile. Inoltre, ha scelto di ridurre al minimo i materiali stampati e di passare al digitale per i programmi e la maggior parte della pubblicità, che viene integrata con alcuni materiali stampati ben ponderati. La sostenibilità dal punto di vista della creazione delle arti performative non è intuitiva quanto la sostenibilità nella produzione, poiché ciò che creiamo sono principalmente esperienze anziché prodotti. Tuttavia, ci sono cose da considerare che sono abbastanza facili da implementare, ad esempio, i costumi e le scenografie,
scegliendo di riciclare o riutilizzare abiti e oggetti esistenti, invece di crearne o acquistarne di nuovi. I costumi delle mie ultime due creazioni erano tutti capi vintage, o scarti, o capi riciclati, a cui è stata data una seconda vita. In collaborazione con la casa di moda svedese Filippa K Studio, i costumi di “Roaring Twenties” (2022) sono stati creati da capi d’archivio riciclati, scarti e resi. L’elemento principale della stessa opera sono 11 sedie che riempiono lo spazio – la classica Thonet 214 – con il caratteristico schienale in legno curvato. Abbiamo scelto di acquistare e rinnovare sedie vintage invece di acquistarne di nuove (sono ancora in produzione). Il costo per farlo era più alto, ma una grossa fetta di denaro speso è servito per remunerare le ore di lavoro del falegname. Per “Icarus” (2022) i costumi sono stati acquistati in negozi vintage e mercatini delle pulci, rielaborati e poi tinti con un indaco ecologico per dare loro un’espressione coerente.

Anna Consolati, laureata in Management degli eventi culturali allo IULM di Milano, lavora a Oriente Occidente dal 2007 soprattutto su progetti internazionali. Dal 2021 alla direzione generale di Oriente Occidente, si occupa di progettazione strategica e delle relazioni con gli stakeholder. Negli ultimi anni ha costruito e coordinato reti tra enti finanziatori, istituzioni culturali e artisti/e sui temi legati all’Agenda 2030, consapevole che la diversità è un motore di propulsione creativa e innovativa.

Pontus Lidberg, coreografo, regista, ballerino e vincitore della borsa di studio John Simon Guggenheim nel 2019, Pontus Lidberg ha creato coreografie per compagnie di danza tra cui Paris Opera Ballet, New York City Ballet, Martha Graham Dance Company, Royal Swedish Ballet, Royal Danish Ballet, Beijing Dance Theatre e molti altri. Il suo lavoro è stato commissionato e presentato da festival tra cui Montpellier Danse, Théâtre National de Chaillot, The Joyce Theatre, National Arts Center of Canada, Fall For Dance Festival del New York City Center. Nel 2021 ha vinto il Lumen Prize, Nordic Award for Art and Technology for Centaur. È Direttore Artistico del Danish Dance Theatre di Copenhagen.