Mostre

Mostre

Perché l’arte in studio? Perché portare le forme e i colori tra regole e numeri? Non siamo matti, non siamo pionieri, ma siamo fatti di passioni e mestiere, di pensieri e confronti, di sangue e di terra come gli altri. Come tutti.

Non siamo isole, come non è nessun uomo, neanche all’interno di sé stesso, perché nessuno è fatto di un pezzo solo, ma di mille tessere. E uno studio professionale è lo stesso: un’unione di donne e uomini e di ciò che sono fatti, ognuno con i propri pezzi, le proprie mancanze, le proprie complessità. Non isole, quindi, ma alberi di una foresta in cui scambiare sostanza e ossigeno: prestare i muri di un ufficio è un po’ come abbatterli (i muri, non gli alberi) per unirsi a ciò che sta al di fuori.

Ci piace pensare ai nostri studi come una sorta di nuovo Cabaret Voltaire e le mostre che ospitiamo uno spettacolo dada. Come i dadaisti, viviamo in tempi complicati a cui non ci rassegniamo e non accettiamo il ruolo in cui spesso siamo (e talvolta ci siamo) relegati. Come i dadaisti abbiamo smesso di credere alla definizione delle cose partendo da un unico punto di vista, convinti del legame di tutte le cose fra di loro, convinti della complessità.

Siamo seguaci dell’ironia, delle idee, delle persone. Di tutto ciò che fa della nostra professione un centro di scambio, di studio e di vita. Tutto ciò che nel tempo, spesso, abbiamo un po’ perso per strada e che abbiamo voglia di ritrovare. Nella storia sono stati più spesso gli artisti che gli economisti ad avere le antenne sul mondo. E noi vogliamo essere ispirati da loro.

Archivio mostre passate

Confini e Conflitti

Milano, dal 31 marzo al 31 maggio 2022

BBS-Lombard riapre i suoi spazi in occasione della Milano Art Week a marzo 2022 con una mostra dedicata ai tappeti figurati orientali del Novecento della collezione di Sergio Poggianella. In mostra 19 arazzi, realizzati tra il 1920 e il 2001 prevalentemente in Afghanistan, ma anche in Pakistan, Asia Centrale e Cina.

La mostra documenta le numerose varianti dei cosiddetti “war rug”, i tappeti di guerra afghani, divisi in quattro sezioni. Il punto di partenza sono le mappe geografiche, una tipologia di tappeto che il pubblico dell’arte contemporanea riconosce nelle interpretazioni di Alighiero Boetti. L’artista nei suoi viaggi a Kabul negli anni 70 si lasciò ispirare da questi manufatti ai quali lavorò a partire dal 1971 con le stesse maestranze per realizzare la famosa serie delle “Mappe”.

Seguono i tappeti di guerra, creati a partire dagli anni 80, dopo l’invasione dell’Unione Sovietica, che riprendono i motivi astratti e geometrici orientali mischiandoli con rappresentazioni di armi, e che sono anche stati esposti nella mostra “Ornament and Abstraction” alla Fondation Beyeler nel 2001. Poi ci sono i paesaggi, tra cui troviamo uno degli esemplari più antichi della collezione, un tappeto del Khotan del 1920, che mostra i primi segni della rivoluzione modernista, con i treni in velocità, le navi a vapore e gli aeromobili. Infine, i ritratti, che mostrano l’alternarsi dei personaggi al potere, da Amanullah Kahn, re dell’Afghanistan negli anni 20, noto come il grande modernizzatore del paese, fino al generale Massoud, comandante della resistenza afghana contro l’Unione Sovietica prima e i Talebani poi.

L’arte tessile di questi tappeti mostra la maestria orientale di narrare la storia attraverso oggetti di uso comune, a differenza della tradizione artistica occidentale, in cui la narrazione storica avviene sulla tela. L’origine di questi tappeti rimane ancora in gran parte da indagare, costituendo un esempio di drastica rottura con la tradizione del tappeto orientale. Tali artefatti – da considerarsi vere e proprie opere d’arte per le loro valenze estetiche, etiche e sociali – hanno goduto della massima fortuna e di un significativo interesse commerciale ben oltre i confini dello stesso Afghanistan nel periodo compreso tra l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979-1989) e la missione Enduring Freedom (2001-2006).

“Nei war rug si addensa un ampio repertorio di ‘visioni del potere’ che mette in scena i rapporti di forza tra gli Stati del mondo in un Afghanistan da decenni dilaniato dalle guerre” ha commentato il collezionista Sergio Poggianella, fondatore della Fondazione FSP di Rovereto. “Creati in un contesto di guerra, questi tappeti possono indicare la strada verso una cultura di pace, in cui i confini non vengano profanati, ma attraversati per esplorare spazi e condividere culture – un tema quanto mai attuale nel momento della guerra tra Russia e Ucraina. Indipendentemente dall’esito militare, difficilmente si potrà parlare di un qualche successo, quando la violenza si riversa sulla popolazione civile, lasciando incancellabili traumi e macerie”.

We Wish You di Antonello Ghezzi

Prato, dal 7 dicembre 2021 al 16 gennaio 2022

In occasione delle festività natalizie 2021, lo studio BBS-Lombard presenta nella sede di Prato un progetto site-specific del duo Antonello Ghezzi, a cura dell’Associazione Accaventiquattro, formata da Fiammetta Poggi, Davide Sarchioni e Filippo Bigagli.
Il lavoro di Nadia Antonello (Cittadella, Padova, 1985) e Paolo Ghezzi (Bologna, 1980) si caratterizza per il valore lirico e l’aspetto partecipativo delle opere, che fanno riflettere, ma anche sognare, unendo tecnologia, realtà e poesia. “We Wish You” è l’augurio che introduce all'atmosfera festosa e sognante del Natale, con le luci sfavillanti degli alberi addobbati e le note delle canzoni che ci riportano ai ricordi d'infanzia, ma anche un augurio che i desideri di ciascuno si possano realizzare.

La mostra si compone di tre gruppi di opere: la grande installazione dell'Albero cosmico riprende il significato originario del tradizionale Albero di Natale, che era un simbolo di unione tra la terra e il cielo e veniva addobbato per il solstizio di inverno con decorazioni che rappresentavano il Sole, la Luna e le stelle. Il puntale è una stella cometa che, collegata con il Radiotelescopio di Medicina in provincia di Bologna, concesso dall'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), si accende al passaggio in tempo reale di una stella cadente.

Attorno all'Albero Cosmico, una serie di specchi con incise frasi e parole retroilluminate sussurrano messaggi alla nostra parte più intima. Il terzo intervento è un'azione partecipativa che ha coinvolto 16 persone dello studio, invitate dal duo artistico a scrivere una parola legata a un desiderio o a un ricordo sul Natale. Ispirandosi ad ogni singola parola sono stati realizzati 16 specchi, ciascuno dei quali presenta una differente variazione di una nuvola blu. I 16 specchi sono diventati un'edizione speciale a tiratura limitata che custodisce i sogni e i desideri del Natale 2021 espressi da ognuno di loro. Un modello virtuoso di come l'arte possa interagire nei luoghi di lavoro favorendo esiti sorprendenti, di grande valore umano e culturale.                                                                              

Still Life di Chiara Bettazzi

Prato, 20 maggio-26 settembre 2021

Nel lavoro di Chiara Bettazzi l'urgenza intimamente legata alla necessità dell'artista di riappropriarsi di una memoria individuale e collettiva, affinché essa non venga dispersa nei meandri della dimenticanza al trascorrere inesorabile del tempo, sollecita una peculiare attitudine all'accumulo compulsivo, alla conservazione e all'archiviazione di oggetti in disuso recuperati, cercati o trovati, che portano con sé le stratificazioni di un vissuto. Questi oggetti diventano gli elementi costitutivi di grandi agglomerati plastici in cui l'artista associa anche materie organiche e vegetali. Si tratta di una pratica “germinativa” e in continuo divenire dove gli oggetti cambiano e mutano al modificarsi dell'azione, rivelando la propria fragilità e corruttibilità al logorio del tempo, ma anche la capacità di rinascere sotto nuove forme. Chiara Bettazzi sviluppa il suo lavoro dalle “macerie” di ciò che è stato, in un processo metamorfico di rigenerazione incessante che diventa rituale.

“Still life”, letteralmente “tempo immobile”, approfondisce un ulteriore aspetto della ricerca dell'artista, segnando una nuova fase dedicata all'impiego del mezzo fotografico per cristallizzare nel tempo la natura precaria e mutevole dei suoi lavori oggettuali, fissandoli in immagini. L'immagine fotografica costituisce il lavoro stesso, andando a sostituire l'assenza fisica degli oggetti; l'artista ha infatti intenzionalmente costruito e disfatto le diverse composizioni che ha fotografato, assecondando un processo di continua costruzione e distruzione e creando un lavoro la cui esistenza è imprescindibilmente legata allo scatto fotografico, diventando un'immagine memoriale.

La mostra raccoglie un prezioso nucleo di scatti fotografici prevalentemente inediti, costituito da 13 still life di grande formato stampati su carta in cui l'artista rielabora il tema della natura morta. Le immagini sono disposte su due pareti a scandire ritmicamente lo spazio espositivo, in un susseguirsi incalzante tra differenza e ripetizione, oggetto reale e sua illusione. Partendo dalle tonalità più scure, si procede gradualmente verso quelle più chiare per poi tornare verso l'oscurità, un percorso che allude emblematicamente al ciclo vitale e ai temi della rinascita e della rigenerazione e che si ispira al lavoro stesso dell’artista che ha studiato le variazioni di luce naturale all’interno dello studio.

L'insieme complementare di Davide Galli

Prato, 4 febbraio-27 marzo 2021

Nella mostra L’insieme Complementare, a cura di Accaventiquattro e Davide Sarchioni, Stefano Galli (1989, Firenze) interviene sui paesaggi dipingendo successivamente elementi che a volte vanno a contrastare, a volte a integrare lo sfondo rappresentato. Due sono le serie presentate in mostra: la serie delle tempeste in cui l’aspetto sublime prevale su quello caotico e tragico del diluvio o di un ipotetico naufragio, e la serie delle giungle caratterizzate da un intervento più contrastante e appartenente a un mondo fantastico abitato da giganteschi insetti colorati.

Stefano Galli si ritaglia una nicchia stilistica tutta sua e lo fa avvalendosi di strumenti che sono diventati di uso comune come i fotoritocchi di smartphone o pc, usando quindi un elemento contemporaneo alla portata di tutti e che non richiede una formazione tecnica per essere riprodotto.

Il lavoro di Stefano Galli si muove tra contaminazione tra tradizione e contemporaneità, verità e falsità della raffigurazione e stupisce lo spettatore facendo coesistere nell'insieme della tela elementi completamente in contrasto tra di loro sia a livello tecnico (cioè della fattura pittorica) sia a livello concettuale. La potenza di questo contrasto dà vita a un “insieme complementare”, cioè a un insieme formato da elementi in contrasto tra loro ma che separatamente non possono esistere.

Stefano Galli (1989, Firenze) vive e lavora tra Firenze e Dalian in Cina.
Si è laureato all’Accademia di Belle Arti di Firenze e attualmente insegna e dipinge al Centro Culturale FCAEC di Dalian in Cina. Ha esposto in numerose mostre collettive, tra cui nel 2019 La nuova accademia a Palazzo Pegaso a Firenze; Ai confini dell’abbandono a Le Muratine a Firenze nel 2018; Young chinese and italian artists in comparison all’Accademia di Chong Qing a Sichuan in Cina e Grammelot al MACRO Testaccio a Roma nel 2016; Melograno art project presso la galleria Aun di Teheran, Iran e Under Pressure presso Fonderia Cultart a Prato nel 2015. Nel 2015 vince il premio Enegan.

Good News di Enrico Tommaso de Paris

Milano, febbraio 2019

Interpretazione ironica di scenari futuri, che evoca le emergenze ecologiche e i condizionamenti del sistema economico e della globalizzazione sono le opere fluorescenti e colorate di Enrico Tommaso de Paris, compilando un nuovo alfabeto pop, tradotto sulle tele e nelle forme a grappolo di assemblaggi tridimensionali.

Dipinti dalle serie “Escape-Rescue” e “Flussi”, di diverse dimensioni, insieme a sculture sospese sono in mostra nella personale milanese. Sulle superfici piane dei quadri, l’artista mixa figure antropomorfe stilizzate, dai colori fluo, elementi e dettagli anatomici, figurine di personaggi e animali in plastica ed oggetti di recupero che mettono in scena improbabili microcosmi, con naufraghi, isole, navigazioni e approdi.

Dipinti composti anche a parete, come scene singole di uno stesso racconto, che si relazionano tra loro con rimandi formali e cromatici, agganci, incursioni ed estensioni.

Mentre nelle sculture, questi mondi immaginari sono tradotti tridimensionalmente, strutturati da insiemi di oggetti di recupero e illuminati da neon colorati.

Vedute multiple di Claudia Maina

Milano, 10 aprile-15 giugno 2018

Il progetto espositivo Vedute multiple di Claudia Maina è nato il 10 aprile 2018 da un incontro aperto, vero e proprio brainstorming di idee, tra l’artista, lo studio Lombard DCA e la galleria AMY D Arte Spazio.Architetture ermetiche di vetro, miniature lignee di omini-cimice in cui l’artista ha inserito ultimamente delle piume – per dare respiro, dice –, assemblaggio per installazioni secondo un movimento verticale, realizzate da moduli diversi per tipologia e dimensione, dalla componente estetica molto potente.
La trasparenza, l’estroflessione integrale del dentro in un fuori espositivo, rappresenta per la Maina il mezzo privilegiato di questo processo di espropriazione intima di ogni specificità, di ogni alterità, di ogni negativo. In nome della trasparenza, ogni privatezza, il proprio spazio intimo di riservatezza, pudore e dignità assume in questa maniera un livellamento formale, una uniformazione omologatrice che è l’analogo stesso della trasparenza. L’uomo diventa un elemento funzionale del sistema.
(Anna d’Ambrosio)

Cabinet de merveilles di Lucia Pescador

Milano, settembre 2017

Una raccolta di piccole “meraviglie”, tra natura e astrazione, prende forma su carte di diverse dimensioni. Alberi, foglie, paesaggi e vasi dalle figure essenziali, fissate su fogli recuperati che conservano ancora le tracce di scritture private, di atti notarili, di spartiti, di partiture musicali per organetti. Su di essi, Lucia Pescador sovrappone le linee sinuose dei grandi vasi, colorati a tinte vivaci, le diramazioni degli alberi che preannunciano i contorni irregolari delle foglie blu e gialle, le masse scure di animali esotici e rari, gli andamenti tortuosi di monti e foreste, colline e pianure.

E le strutture e le geometrie che richiamano l’arte del ‘900, riviste e ridisegnate con “la mano sinistra”, in un processo di riappropriazione con cui l’artista acquisisce i contenuti e le icone dell’arte astratta e delle avanguardie storiche.

Di ambiente in ambiente, l’autrice compone a parete i diversi capitoli di un racconto narrato per brani, dove le citazioni, le suggestioni e le memorie riflettono le tappe di un viaggio interiore, fissato in istantanee. Di territori frequentati realmente o pensati, rielaborazioni di esperienze altrui prelevate dal grande serbatoio dell’arte, che oscillano di epoca in epoca e di luogo in luogo in un susseguirsi di fascinazioni e di passioni, intuizioni e rivelazioni.

Un flusso inarrestabile che sembra condensarsi nell’acqua dei fiumi che attraversano sempre i suoi paesaggi, in un lento scorrere, continuo e inarrestabile come il fluire della memoria e dell’esistenza.

(Rosella Ghezzi)

Natura e artificio di Leonardo Nava

Milano, 2 maggio-16 giugno 2017

C’è qualcosa che accomuna il lavoro di Leonardo con la nostra professione.
Adattare la forma alle necessità, vedere una prospettiva dove altri nascondono un problema, la collaborazione e il rapporto con gli altri.
Nelle sue sculture, però, c’è più fuoco.

Abbiamo esposto una serie di sculture realizzate in fusione di bronzo patinato con incastonato il vetro soffiato.
Dalla terra al cielo. Così breve e così lungo è il percorso che le sculture di Leonardo Nava ci propongono.
Radici in bronzo tenacemente aggrappate a dei blocchi di pietra bianca e legno crescono e diventano alberi sui cui rami sono andate a posarsi, prima di ripartire per il loro viaggio, nuvole in vetro di colore intenso. I rami le hanno accolte nelle loro mani.
Ma non di sole nuvole è fatto il suo lavoro: ci sono corpi di bronzo che sembrano usciti dagli scavi di Pompei, mani che diventano radici e radici che diventano mani, strutture arboree in legno carbonizzato, sinuose come serpenti e alberi che appaiono come persone perché persone sono.
Con la mimesi del camaleonte, Leonardo Nava si è fatto pietra, si è fatto albero, si è fatto nuvola.
Il rapporto fra uomo e natura è il tema conduttore di tutto il suo percorso.

(Jean Blanchard)

Tra artisti, boschi e madrigali di Lena Salvatori, Zelda Sartori e Luigi Belli

Milano, febbraio 2016

Due pittrici e uno scultore a dialogare artisticamente tra spazi, colori, profondità e ombre in un rimbalzo di sogni e visioni. Di natura, forme e pensieri.
Un campionario di immaginazione e curiosità che attraversa i gusti e le sensibilità. L’inventario di tutto ciò che ci piace.

I palazzi del potere di Claudio Onorato

Milano, marzo 2015

I palazzi del potere è stato il terzo evento di un ciclo ironicamente e programmaticamente intitolato Modello Unico. Sotto la direzione artistica della fotografa Marina Alessi, protagonista della prima mostra della rassegna alla quale è seguita quella della street artist Nais, abbiamo voluto mischiare il nostro mondo con altri mondi, a prima vista lontani, convinti che dallo scambio e dalla bellezza, dagli incroci e dalla curiosità nascano le possibilità e perché ciò che sembra distante, in realtà è solo un diverso modo di vedere le cose e ogni opera di un artista ne è una dichiarazione, ogni fotografia un bilancio di ciò che è stato e ognuno di noi, in fondo, ne è contribuente.

Nelle sale dello studio sono stati esposti una serie di lavori di grande e medio formato, realizzati da Claudio Onorato a partire dal 2011, con la tecnica del ritaglio su carta. Oltre a dieci lavori di piccolo formato, mai presentati prima al pubblico, che raccontano la bolla finanziaria del 2001 (con George W. Bush presidente), la realizzazione delle banche d’investimento, l’utilizzo spregiudicato della tecnologia (vendere, comprare e scommettere online su qualsiasi azione, banca o investimento), la creazione del sistema della cartolarizzazione e dei mutui sub-prime, fino ad arrivare alla grande crisi del 2007/2008 e al conseguente tracollo.

Una fitta cronaca illustrata, che vede protagonisti manager di Wall Street, ingegneri finanziari dagli stipendi vertiginosi, banchieri, politici, operai cinesi, lavoratori che non hanno più un lavoro e dove i Palazzi del potere, Montecitorio, La Borsa di Milano, Villa Madama, perdono il loro valore istituzionale e celebrativo, lasciando spazio all’immaginazione dell’artista abitati da camaleonti, divorati dalle cavallette e cui tetti e le pareti sono ricoperti di ragni tarantola.